venerdì 30 marzo 2012

Gesù nell’orto degli ulivi

“Padre, se è possibile, passi da me questo calice… ma come vuoi tu”.
(Mt 26,39)

Gesù nell'orto degli ulivi
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Gesù è a terra: la visione di ciò che il Padre ha preparato per lui, espiazione del mio peccato, lo piomba in un’angoscia mortale…
E suda sangue.
E geme.
E implora: “Padre se è possibile!”.
Ha cercato, negli amici del cuore, comprensione e conforto; ma dormono, hanno una “loro” tristezza: ha gridato nella notte la sua paura, la sua ripugnanza al dolore, al tradimento, all’abbandono, all’incomprensione, alla morte, ma il cielo è muto e l’orto non ha che le risposte del vento che gioca fra gli ulivi e porta il canto dei grilli e il latrare dei cani lontani. Agonia e lotta e non c’è lotta senza sangue. Il cuore si dilata in un ritmo che il male universale tenta di sommergere ed è guardandomi ed è pesandomi che piange, sanguina e grida: “Padre, come vuoi tu! Purché sia salvo, purché sia perdonato” e “non si perda nessuno di quelli che mi hai affidato”. Mentre gli amici dormono, i nemici vegliano; un bacio, un abbraccio diventano insulto.
Che desolazione!
Tra i bagliori delle torce, chi sé svegliato di soprassalto dimentica in un attimo tutto e in nome dell’amico taglia l’orecchio al “più piccolo”, mentre chi non riesce a capire in un bacio che “amico” è amare al di là di ogni tradimento, dispera e si uccide.
Solo Gesù, che è l’amore, trova la “sua via” anche “nell’ora delle tenebre” e angosciato, sanguinante, spossato, tradito, solo… la segue. Sia fatta la tua volontà…

Gesù, amico mio tradito con mille baci, consegnato all’orda di plebaglie sacrileghe, perdonami i miei sonni, le ferite inflitte ai fratelli, anche in nome tuo, le mie disperazioni. Ora, nelle mie “tenebre” hai riversato la tua luce. Vedo nella notte i tuoi occhi, velati di lacrime e sangue, fissati su di me e mentre sorridi per questo momento di pentimento e di gratitudine pronunci il tuo “sì” che è invito e incoraggiamento a seguirli. Tu sanguini e implori perché hai di fronte a te il quadro orribile della tua passione, che vuoi, uno con la volontà del Padre; e nel tuo amore veli con la dolcezza del tuo cuore le asperità del mio cammino perché io non sia sopraffatto ma mi abbandoni fiducioso all’amore del Padre, fidandomi di te.
Ecco che il “sì” alla “valle tutta oscura”, mentre mi fa tremare e piangere per gli sradicamenti che sento, per i tradimenti che soffro, per il timore che mi assale e mi spaventa, diventa disponibile per i tuoi occhi, per il tuo sorriso, sicuro di te.
Ora che ti vedo piangere non mi vergogno delle mie lacrime, ora che ti vedo vacillare capisco la mia debolezza, ora che ti vedo sanguinare comincio a capire che fare la volontà del Padre è entrare in un ciclone d’amore che strappa ogni fronda e pota “perché rendiamo frutto”, perché spremiamo da tutta una vita una lacrima, come goccia d’acqua da offrire nel calice dell’amore che tu offri continuamente per noi.
Sia fatta la tua volontà.

Padre Fiorenzo Viviani
Fiorenzo Viviani, Camminando con Gesù, Padova 1982, p. 16-18

mercoledì 28 marzo 2012

Gesù Cristo prega per noi, prega in noi, è pregato da noi

Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo
(Salmo 85, 1; CCL 39, 1176-1177)

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Dio non poteva elargire agli uomini un dono più grande di questo: costituire loro capo lo stesso suo Verbo, per mezzo del quale creò l’universo. Ci unì a lui come membra, in modo che egli fosse Figlio di Dio e figlio dell’uomo, unico Dio con il Padre, un medesimo uomo con gli uomini.
Di conseguenza, quando rivolgiamo a Dio la nostra preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio, e quando prega il corpo del Figlio, esso non deve considerarsi come staccato dal capo. In tal modo la stessa persona, cioè l’unico Salvatore del corpo, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, sarà colui che prega per noi, prega in noi, è pregato da noi.
Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo, quindi, sia le nostre voci in lui, come pure la sua voce in noi. E quando, specialmente nelle profezie, troviamo qualche cosa che suona umiliazione, nei riguardi del Signore Gesù Cristo, e perciò non ci sembra degna di Dio, non dobbiamo temere di attribuirla a lui, che non ha esitato a unirsi a noi, pur essendo il padrone di tutta la creazione, perché per mezzo di lui sono state fatte tutte le creature.
Perciò noi guardiamo alla sua grandezza divina quando sentiamo proclamare: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto» (Gv 1, 1-3). In questo passo ci è dato di contemplare la divinità del Figlio di Dio, tanto eccelsa e sublime da sorpassare ogni più nobile creatura.
In altri passi della Scrittura, invece, sentiamo che egli geme, prega, dà lode a Dio. Ebbene, ci è difficile attribuire a lui queste parole. La nostra mente stenta a discendere immediatamente dalla contemplazione della sua divinità al suo stato di profondo abbassamento. Temiamo quasi di offendere Cristo se riferiamo alla sua umanità le parole che egli dice. Prima rivolgevamo a lui la nostra supplica, pregandolo come Dio. Rimaniamo perciò perplessi davanti a quelle espressioni e ci verrebbe fatto di cambiarle. Ma nella Scrittura non si incontra se non ciò che gli si addice e che non permette di falsare la sua identità.
Si desti dunque il nostro animo e resti saldo nella sua fede. Tenga presente che colui che poco prima contemplava nella sua natura di Dio, ha assunto la natura di servo. È divenuto simile agli uomini, e «apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte» (Fil 2, 7-8). Inoltre ha voluto far sue, mentre pendeva dalla croce, le parole del salmo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal 21, 1).
È pregato dunque per la sua natura divina, prega nella natura di servo. Troviamo là il creatore, qui colui che è creato. Lui immutato assume la creatura, che doveva essere mutata, e fa di noi con sé medesimo un solo uomo: capo e corpo.
Perciò noi preghiamo lui, per mezzo di lui e in lui; diciamo con lui ed egli dice con noi.

martedì 27 marzo 2012

Dio non ha creato il male

Adorno ha scritto che dopo Auschwitz - e io aggiungerei dopo Hiroshima e i Gulag - non si dovrebbero più comporre poesie. Credo che si possa, che si debba sempre comporne; credo che si possa, che si debba sempre parlare di Dio, ma forse in altro modo. Bisogna affermare che Dio non ha creato il male e che non lo ha nemmeno permesso. "Il volto di Dio gronda sangue nell'ombra", diceva Léon Bloy con un'espressione spesso citata da Berdjaev.
Il male, Dio lo riceve in pieno volto, come Gesù ricevette degli schiaffi quando aveva gli occhi bendati. Il grido di Giobbe non cessa di risuonare e Rachele piange i suoi figli. Ma la risposta a Giobbe è stata e rimane data: è la Croce. È Dio crocifisso su tutto il male del mondo, ma capace di far scoppiare nelle tenebre un'immensa forza di risurrezione. Pasqua è la Trasfigurazione nell'abisso. "Liberaci dal male" significa "Vieni, Signore Gesù", vieni, tu che sei già venuto per vincere l'inferno e la morte, tu che hai detto di aver visto "Satana cadere dal cielo come folgore" (Lc 10.18).
Questa vittoria è presente nella profondità della chiesa. Ne riceviamo la forza e la gioia ogni volta che ci comunichiamo. E se Cristo la tiene nascosta è perché vuole associarsi ad essa. "Liberaci dal male" è una preghiera attiva, una preghiera che ci impegna.
La chiesa intera è impegnata in questo combattimento finale, che non è per la vittoria ma per lo svelamento della vittoria: dai monaci che cercano il corpo a corpo con le potenze delle tenebre - facendo sì che i monasteri e gli eremi diventino come dei parafulmini per il mondo intero -, fino ai più umili tra di noi, timorosamente rannicchiati attorno alla croce di Cristo, che cercano pazientemente, giorno dopo giorno, di lottare contro tutte le forme del male, in noi, attorno a noi, nella cultura e nella società. Umili persone che rattoppano incessantemente il tessuto della vita, costantemente lacerato da colui che la Scrittura chiama "il Signore della morte".

Olivier Clément

lunedì 26 marzo 2012

Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine di Israele

(Ger 31, 4.)

Gesù dà fastidio. Ci si può imbottire di medicine per non fargli spazio, si può biascicare preghiere tutto il giorno per non ascoltarlo, ci si può drogare di azione per sfuggirlo, si può ridurlo ai nostri schemi tanto da renderlo irriconoscibile e fargli parlare un linguaggio da teologo, si può perfino cercare di aggiornarlo, accusarlo addirittura di bestemmia, quando il concetto che abbiamo di noi, dei nostri credo è tale da renderci refrattari alla Verità.
Gesù continua ad operare il bene: a sanare anche quando le leggi lo vietano, a dire la verità anche quando è scomoda, a parlare e a tacere quando è la “sua ora”, a non prestarsi a giochi di potere e di arrivismo, ad essere se stesso, unicamente, sempre.
Ci si può scandalizzare della sua libertà, ci si può stracciare le vesti per non riuscire a convincerlo di peccato, ma si è costretti a ricorrere all’imbroglio, alla falsa testimonianza per potere avere l’impressione di averlo nelle mani. Ed è mentire a se stessi. Ed è sentire il prezzo del suo sangue scottare fra le mani…
“Se ho parlato male mostrami dov’è il male, ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? Perché mi perseguiti?”…
“Io sono la verità, e sarai libero solo se sarai vero”. Che serve riempirsi la testa di concetti, di parole, giostrare la mente in logaritmi astrusi, se non ho la semplicità del bambino che crede alla verità perché la vede con i propri occhi innocenti, aperti alla vita e disposto a “camminare”?
È necessario che distruggiamo il tempio che abbiamo innalzato a noi stessi, il pantheon dei nostri idoli, che accettiamo di essere “errore”, analfabeti della vita per accogliere lui, la Verità che viene come “agnello” senza bisogno di agguati nella notte per legarlo.
Non vuole un processo, però, vuole un cuore disposto ad accoglierlo.

O Gesù, perdona la mia speranza di “carne”, la mia esperienza della “vita”. Io mi sono sempre presentato a te, come “scriba” che sa tutto su Dio; come “anziano” che conosce l’uomo e mi accorgo che “ho bestemmiato”!
E tu tacevi, ora come allora, attendendo paziente la “mia ora”.
Sono reo di morte, il tuo silenzio è la mia condanna. Ora sono qui ai tuoi piedi, come il discepolo davanti al maestro, come lo schiavo davanti al suo padrone e tu mi abbracci come l’amico che vuol dire tutto, che vuole dare tutto.
L’anima mia ha sete di te, come terra arida senz’acqua. Fecondami con la tua parola, tu Messia, Figlio di Dio. Io credo in te, credo che puoi distruggere e ricostruire in un attimo ed è per questo che ti dono le macerie della mia vita, frutto della mia presunzione, perché con la tua potenza “siano esaltate le ossa che hai umiliato”.
Ora non mi interessa nulla; ciò che ti si fa dire: una testimonianza può essere venduta e falsa; so che chiunque, che non viene da te, può strapparsi scandalizzato la veste.
Io credo in te e sulla tua parola, diventata mia parola; accetterò ogni sopruso, ogni calunnia, ogni diffamazione, con il tuo silenzio, con la tua sofferenza, per la tua Chiesa, per tutti quelli che strumentalizzano la tua parola, per tutti coloro che come Pietro “stanno a vedere”, come chi non ti conosce.
Gesù, anche se per non vedere i tuoi occhi dovessi bendarli ancora, anche se dovessi sputarti addosso e schiaffeggiarti, “fa’ il profeta”, denuncia la mia miseria, dichiarami sempre il tuo amore.

Padre Fiorenzo Viviani

Fiorenzo Viviani, Camminando con Gesù, Padova 1982, p. 20-22

mercoledì 21 marzo 2012

Dio ama in modo speciale e irripetibile ogni uomo

E la contemplazione dell'orante dev’essere ecclesiale e universale, ma anche personale e unica.

La preghiera del Martin Pescatore - © Carmine Arienzo
“Dio ha creato l’uomo come singolo, e così anche il Figlio in croce soffre singolarmente per ogni singolo, e si costituisce così un rapporto diretto di ogni singolo verso il Signore che soffre. Ma ciò ha per conseguenza che anche ogni singolo contempla secondo la misura del dono del suo essere persona irripetibile. Questo non nuoce alla pienezza del Vangelo nella sua validità obiettiva e vincolante per tutti. Ma all’interno di questa forma complessiva ognuno deve, nella sua contemplazione, cercare di comprendere la parola che gli viene rivolta, l’intenzione calcolata per lui, il dolore personalmente sofferto per lui. La contemplazione dev’essere ecclesiale e universale e cercare di estendersi in tutta l’ampiezza dell’intenzione divina per il mondo; essa deve però essere anche personale e unica e non dimenticare che ognuno è un singolo che Dio ama in modo speciale e irripetibile, e che viene pensato e caricato di compiti speciali.
Per entrambi questi motivi – la parola di Dio è personale e universale – essa potrà offrire al contemplante infinitamente di più di quanto possa pensare. La Parola di Dio può essere breve e inconfondibile; in essa si trova «di più di quanto possano afferrare tutti i libri del mondo»; una contemplazione feconda riconoscerà che dalla Parola di Dio sgorgano e vengono partoriti in continuazione significati nuovi e nuovi rapporti. Tutto ciò che è generalmente vero si trasforma in vero personale e qui, anche se si credeva di averlo compreso già prima, diventa d’improvviso del tutto nuovo nella sua importanza; e ogni valore personale si volge necessariamente in valore cattolico e universale e solo allora rivela la sua ampiezza. L’uomo è uomo, e la parola è parola: così si pensa. Ma l’uomo non è ognuno, e la parola non è ogni parola. E se la Parola è da sempre presso Dio e la Parola è Dio, così ogni orante che incontra questa Parola è preso in consegna piena con tutte le forze e oltre ogni forza e oltre ogni forza. Sì, la Parola che è Dio, afferra l’uomo e lo dota di nuove forze – fede, speranza, amore – che lo rendono capace di afferrare la Parola, anzi di estenderla al punto che arriva al confine della idea divina della contemplazione”.

Adrienne von Speyr

Adrienne von Speyr, La luce e le immagini, Jaca Book,1995, pp.21-22

lunedì 19 marzo 2012

Se vuoi venire dietro a me,
prendi la tua croce e seguimi

(Mt 16,24)


“Se vuoi”, puoi anche non farlo.

Puoi cercare te stesso nel labirinto dei tuoi ricordi, dei tuoi affetti, dei tuoi impegni, nel ripostiglio delle tue cose…
Gesù aspetta te nudo di tutto quello che possiedi.
Ricorda che il “rinnegarti”, il “perdere” la tua anima, la tua vita, il vendere tutto, è condizione di perfezione, di libertà, di gioia.

Vuoi?

Quest’invito, “come spada a doppio taglio che separa il midollo dalle ossa” o lo segui nudo come Francesco, o ti martellerà nel profondo del cuore come proposta di vita al termine di ogni viottolo, di ogni smarrimento, dopo ogni caduta.

Vuoi?

“Prendi la tua croce”.

La povertà della tua carne, il peso dei tuoi peccati, le cianfrusaglie delle tue presunte ricchezze psicologiche, culturali, che ti hanno reso impotente; la tua angoscia, data dalla paura, di quello che sei, per i condizionamenti, le scelte sbagliate, le cadute… È croce! La tua croce sulla quale ti senti inchiodato, come su un patibolo, impossibilitato a fare un passo lungo una “via” che ti chiama, bisturi nella mano del Padre che attende la “sua ora” per “innalzarti” libero e liberatore.

Vuoi?

Non dire subito: « Sì ».
È un invito. Rifletti, medita, implora.
E se al di là della paura della carne ti senti di dire: « sì », alzati… « Seguimi! » È lui la tua guida, il tuo modello, il tuo sostegno. Con lui arriverai alla meta.


O Spirito Santo che hai condotto Gesù nel deserto della prova e mi hai condotto qui, in questo deserto, dove tutto esige ascolto e risposta… mi affido a te. Conducimi oltre le tentazioni del facile e del compromesso e dammi la fiducia del bambino che, mano nella mano, si lascia condurre oltre il buio della notte e dell’angoscia.

Ho la certezza di non essere solo. Tutta la Chiesa dei santi di ogni tempo, oggi cammina con me e mi sorregge cantando la bontà del Signore. Le orme sono chiare e vermiglie di sangue, pozze di sangue ma specchi di luce.

Maria, mia sorella, mia madre, tienimi stretto al tuo cuore ogni volta che sarò tentato di disertare su sentieri facili, su terreni scivolosi e fa’ che percorra con te, fino in fondo, come te, la mia Via: Gesù.

Padre Fiorenzo Viviani

Fiorenzo Viviani, Camminando con Gesù, Padova 1982, p. 8-10

sabato 17 marzo 2012

J. S. BACH - PASSIONE SECONDO MATTEO BWV 244
Collegium Vocale Gent - Philippe Herreweghe

Andrea Mantegna, Crocifissione, 1457-1459
Tenor [Evangelista]: Christoph Prégardien; Baritono [Cristo]: Tobias Berndt; Soprani: Dorothee Mields, Hana Blažíková; Alti (Controtenori): Damien Guillon, Robin Blaze; Tenori: Colin Balzer, Hans Jörg Mammel; Bassi: Matthew Brook, Stephan MacLeod.
Registrazione del 2 Aprile 2010
Tenor [Evangelista]: Christoph Prégardien; Baritono [Cristo]: Tobias Berndt; Soprani: Dorothee Mields, Hana Blažíková; Alti (Controtenori): Damien Guillon, Robin Blaze; Tenori: Colin Balzer, Hans Jörg Mammel; Bassi: Matthew Brook, Stephan MacLeod.
Registrazione del 2 Aprile 201
Kölner Philharmonie (Germania)
Produzione: 3Sat Broadcast

La Passione secondo Matteo (Matthäuspassion) di Johann Sebastian Bach (BWV 244) è una composizione di musica sacra per voci soliste, doppio coro e doppia orchestra, su libretto di Picander. Si tratta della trasposizione musicale dei capitoli 26 e 27 del Vangelo secondo Matteo, inframezzata da corali e arie. Viene considerata fra i capolavori non solo di Bach ma dell'intera musica occidentale.

VIDEO INTEGRALE



Traduzione in italiano

Serviamo Cristo nei poveri, senza indugi, con gioia

Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 14 sull'amore ai poveri, 38, 40; PG 35, 907. 910)

Afferma la Scrittura: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7). La misericordia non ha l'ultimo posto nelle beatitudine. Osserva ancora: Beato l'uomo che ha cura del misero e del povero (cfr. Sal 40, 2) e parimenti: Buono è colui che è pietoso e dà in prestito (cfr. Sal 111, 5). In un altro luogo si legge ancora: Tutto il giorno il giusto ha compassione e dà in prestito (cfr. Sal 36, 26). Conquistiamoci la benedizione, facciamo in modo di essere chiamati comprensivi, cerchiamo di essere benevoli. Neppure la notte sospenda i tuoi doveri di misericordia. Non dire: «Ritornerò indietro e domani ti darò aiuto». Nessun intervallo si interponga fra il tuo proposito e l'opera di beneficenza. La beneficenza, infatti, non consente indugi. Spezza il tuo pane all'affamato e introduci i poveri e i senza tetto in casa tua (cfr. Is 58, 7) e questo fallo con animo lieto e premuroso. Te lo dice l'Apostolo: Quando fai opere di misericordia, compila con gioia (cfr. Rm 12, 8) e la grazia del beneficio che rechi ti sarà allora duplicata dalla sollecitudine e tempestività. Infatti ciò che si dona con animo triste e per costrizione non riesce gradito e non ha nulla di simpatico.
Quando pratichiamo le opere di misericordia, dobbiamo essere lieti e non piangere: «Se allontanerai da te la meschinità e le preferenze», cioè la grettezza e la discriminazione come pure le esitazioni e le critiche, la tua ricompensa sarà grande. «Allora la tua luce sorgerà come l'aurora e la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58, 8). E chi è che non desideri la luce e la santità?
Perciò, o servi di Cristo, suoi fratelli e coeredi, se ritenete che la mia parola meriti qualche attenzione, ascoltatemi: finché ci è dato di farlo, visitiamo Cristo, curiamo Cristo, alimentiamo Cristo, vestiamo Cristo, ospitiamo Cristo, onoriamo Cristo non solo con la nostra tavola, come alcuni hanno fatto, né solo con gli ungenti, come Maria Maddalena, né soltanto con il sepolcro, come Giuseppe d'Arimatea, né con le cose che servono alla sepoltura, come Nicodemo, che amava Cristo solo per metà, e neppure infine con l'oro, l'incenso e la mirra, come fecero, già prima di questi nominati, i Magi. Ma, poiché il Signore di tutti vuole la misericordia e non il sacrificio, e poiché la misericordia vale più di migliaia di grassi agnelli, offriamogli appunto questa nei poveri e in coloro che oggi sono avviliti fino a terra. Così quando ce ne andremo di qui, verremo accolti negli eterni tabernacoli, nella comunione con Cristo Signore, al quale sia gloria nei secoli. Amen.

giovedì 15 marzo 2012

La preghiera cristiana

Dal trattato «L'orazione» di Tertulliano, sacerdote
(Cap. 28-29; CCL 1, 273-274)

L'orazione è un sacrificio spirituale, che ha cancellato gli antichi sacrifici. «Che m'importa», dice, dei vostri sacrifici senza numero? Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Chi richiede da voi queste cose? » (cfr. Is 1, 11).
Quello che richiede il Signore, l'insegna il vangelo: «Verrà l'ora», dice, «in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Dio infatti è Spirito» (Gv 4, 23) e perciò tali adoratori egli cerca.
Noi siamo i veri adoratori e i veri sacerdoti che, pregando in spirito, in spirito offriamo il sacrificio della preghiera, ostia a Dio appropriata e gradita, ostia che egli richiese e si provvide.
Questa vittima, dedicata con tutto il cuore, nutrita dalla fede, custodita dalla verità, integra per innocenza, monda per castità, coronata dalla carità, dobbiamo accompagnare all'altare di Dio con il decoro delle opere buone tra salmi e inni, ed essa ci impetrerà tutto da Dio.
Che cosa infatti negherà Dio alla preghiera che procede dallo spirito e dalla verità, egli che così l'ha voluta? Quante prove della sua efficacia leggiamo, sentiamo e crediamo!
L'antica preghiera liberava dal fuoco, dalle fiere e dalla fame, eppure non aveva ricevuto la forma da Cristo.
Quanto è più ampio il campo d'azione dell'orazione cristiana! La preghiera cristiana non chiamerà magari l'angelo della rugiada in mezzo al fuoco, non chiuderà le fauci ai leoni, non porterà il pranzo del contadino all'affamato, non darà il dono di immunizzarsi dal dolore, ma certo dà la virtù della sopportazione ferma e paziente a chi soffre, potenzia le capacità dell'anima con la fede nella ricompensa, mostra il valore grande del dolore accettato nel nome di Dio.
Si sente raccontare che in antico la preghiera infliggeva colpi, sbaragliava eserciti nemici, impediva il beneficio della pioggia ai nemici. Ora invece si sa che la preghiera allontana ogni ira della giustizia divina, è sollecita dei nemici, supplica per i persecutori. Ha potuto strappare le acque al cielo, e impetrare anche il fuoco. Solo la preghiera vince Dio. Ma Cristo non volle che fosse causa di male e le conferì ogni potere di bene.
Perciò il suo unico compito è richiamare le anime dei defunti dallo stesso cammino della morte, sostenere i deboli, curare i malati, liberare gli indemoniati, aprire le porte del carcere, sciogliere le catene degli innocenti. Essa lava i peccati, respinge le tentazioni, spegne le persecuzioni, conforta i pusillanimi, incoraggia i generosi, guida i pellegrini, calma le tempeste, arresta i malfattori, sostenta i poveri, ammorbidisce il cuore dei ricchi, rialza i caduti, sostiene i deboli, sorregge i forti.
Pregano anche gli angeli, prega ogni creatura. Gli animali domestici e feroci pregano e piegano le ginocchia e, uscendo dalle stalle o dalle tane, guardano il cielo non a fauci chiuse, ma facendo vibrare l'aria di grida nel modo che a loro è proprio. Anche gli uccelli quando si destano, si levano verso il cielo, e al posto delle mani aprono le ali in forma di croce e cinguettano qualcosa che può sembrare una preghiera.
Ma c'è un fatto che dimostra più di ogni altro il dovere dell'orazione. Ecco, questo: che il Signore stesso ha pregato.
A lui sia onore e potenza nei secoli dei secoli. Amen.

Padre Fiorenzo Viviani - Wanda, sorella

Vorrei esserti vicino, per abbracciarti teneramente. Mi credi, e sono certo che già quanto ti dico dà vita al tuo cuore, che non ha conosciuto mai la gioia di essere amato.

Ti amo, Wanda, così come sei.
Non è schifo che provo, è stima e non compassione, è amore.
Un relitto di donna, come ti descrivi, consumata dal vizio e dal male, che non sa che cadere e insozzare “a prezzi ridotti”, è parte di me: è la stessa mia carne, la parte più cara perché più dolente.
Sono io che cado con te, ma sono anche quello che piange e offre a chi ha assunto il mio male, il tuo male, e lo sana, se Lo ascolti, se speri, se l’offri.
Nella fiamma che brilla ai tuoi piedi, richiamo nella notte, ascolta, leggi il tepore di un invito ad amare, che è fuoco e tutto risana e consuma.

Tu lo sai che già disse di te?
“Sarà prima nel regno dei cieli”.
E il perdono ti vince in amore.
Coraggio! Se il mio abbraccio e i miei baci ti possono dare la certezza di chi sei tu per l’Amore, io ti avvolgo della mia tenerezza.

Wanda cara, questa notte concediti a Lui. Ha pagato un prezzo di sangue per averti sua sposa.
Non lo credi? Ascolta… :

“La attirerò a me,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.
Là canterà come nei giorni della giovinezza.
Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa.
Ti fidanzerò con me nella fedeltà
e tu conoscerai il Signore
e amerò « Non-amata »”.
Wanda, è Dio che ti scrive così!

Io ti vedo piangere finalmente di gioia.

Padre Fiorenzo Viviani
Fiorenzo Viviani, Dio ama anche me, Edizioni Messaggero Padova, 1983, p. 108-109

Beati i puri di cuore perché vedranno Dio

Dal «Libro ad Autolico» di san Teofilo di Antiochia, vescovo
(Lib. I, 2. 7; PG 6, 1026-1027. 1035)

Se dici: Fammi vedere il tuo Dio, io ti dirò: Fammi vedere l'uomo che è in te, e io ti mostrerò il mio Dio. Fammi vedere quindi se gli occhi della tua anima vedono e le orecchie del tuo cuore ascoltano.
Infatti quelli che vedono con gli occhi del corpo, percepiscono ciò che si svolge in questa vita terrena e distinguono le cose differenti tra di loro: la luce e le tenebre, il bianco e il nero, il brutto e il bello, l'armonioso e il caotico, quanto è ben misurato e quanto non lo è, quanto eccede nelle sue componenti e quanto né è mancante. La stessa cosa si può dire di quanto è di pertinenza delle orecchie e cioè i suoni acuti, i gravi e i dolci.
Allo stesso modo si comportano anche gli orecchi del cuore e gli occhi dell'anima in ordine alla vista di Dio.
Dio, infatti, viene visto da coloro che lo possono vedere cioè da quelli che hanno gli occhi. Ma alcuni li hanno annebbiati e non vedono la luce del sole. Tuttavia per il fatto che i ciechi non vedono, non si può concludere che la luce del sole non brilla. Giustamente perciò essi attribuiscono la loro oscurità a se stessi e ai loro occhi.
Tu hai gli occhi della tua anima annebbiati per i tuoi peccati e le tue cattive azioni.
Come uno specchio risplendente, così deve essere pura l'anima dell'uomo. Quando invece lo specchio si deteriora, il viso dell'uomo non può più essere visto in esso. Allo stesso modo quando il peccato ha preso possesso dell'uomo, egli non può più vedere Dio.
Mostra dunque te stesso. Fa' vedere se per caso non sei operatore di cose indegne, ladro, calunniatore, iracondo, invidioso, superbo, avaro, arrogante con i tuoi genitori. Dio non si mostra a coloro che operano tali cose, se prima non si siano purificati da ogni macchia. Queste cose ti ottenebrano, come se le tue pupille avessero un diaframma che impedisse loro di fissarsi sul sole.
Ma se vuoi, puoi essere guarito. Affidati al medico ed egli opererà gli occhi della tua anima e del tuo cuore. Chi è questo medico? E' Dio, il quale per mezzo del Verbo e della sapienza guarisce e dà la vita. Dio, per mezzo del Verbo e della sapienza, ha creato tutte le cose; infatti «Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera» (Sal 32, 6). La sua sapienza è infinita. Con la sapienza Dio ha posto le fondamenta della terra, con la saggezza ha formato i cieli. Per la sua scienza si aprono gli abissi e le nubi stillano rugiada.
Se capisci queste cose, o uomo, e se vivi in purezza, santità e giustizia, puoi vedere Dio. Ma prima di tutti vadano innanzi nel tuo cuore la fede e il timore di Dio e allora comprenderai tutto questo. Quando avrai deposto la tua mortalità e ti sarai rivestito dell'immortalità, allora vedrai Dio secondo i tuoi meriti. Egli infatti fa risuscitare insieme con l'anima anche la tua carne, rendendola immortale e allora, se ora credi in lui, divenuto immortale, vedrai l'Immortale.

martedì 13 marzo 2012

La preghiera bussa, il digiuno ottiene, la misericordia riceve

Dai «Discorsi» di San Pietro Crisologo, vescovo
(Disc. 43; PL 52, 320 e 322)

Icona dell’Amore Misericordioso
Lettura dell'icona
Tre sono le cose, tre, o fratelli, per cui sta salda la fede, perdura la devozione, resta la virtù: la preghiera, il digiuno, la misericordia. Ciò per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia. Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l'una dall'altra.
Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che ne ha solamente una o non le ha tutte e tre insieme, non ha niente. Perciò chi prega, digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica.
Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare. Ascolti chi ha fame, se vuole che Dio gradisca il suo digiuno. Abbia compassione, chi spera compassione. Chi domanda pietà, la eserciti. Chi vuole che gli sia concesso un dono, apra la sua mano agli altri. E' un cattivo richiedente colui che nega agli altri quello che domanda per sé.
O uomo, sii tu stesso per te la regola della misericordia. Il modo con cui vuoi che si usi misericordia a te, usalo tu con gli altri. La larghezza di misericordia che vuoi per te, abbila per gli altri. Offri agli altri quella stessa pronta misericordia, che desideri per te.
Perciò preghiera, digiuno, misericordia siano per noi un'unica forza mediatrice presso Dio, siano per noi un'unica difesa, un'unica preghiera sotto tre aspetti.
Quanto col disprezzo abbiamo perduto, conquistiamolo con il digiuno. Immoliamo le nostre anime col digiuno perché non c'è nulla di più gradito che possiamo offrire a Dio, come dimostra il profeta quando dice: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 50, 19).
O uomo, offri a Dio la tua anima ed offri l'oblazione del digiuno, perché sia pura l'ostia, santo il sacrificio, vivente la vittima, che a te rimanga e a Dio sia data. Chi non dà questo a Dio non sarà scusato, perché non può non avere se stesso da offrire. Ma perché tutto ciò sia accetto, sia accompagnato dalla misericordia. Il digiuno non germoglia se non è innaffiato dalla misericordia. Il digiuno inaridisce, se inaridisce la misericordia. Ciò che è la pioggia per la terra, è la misericordia per il digiuno. Quantunque ingentilisca il cuore, purifichi la carne, sradichi i vizi, semini le virtù, il digiunatore non coglie frutti se non farà scorrere fiumi di misericordia.
O tu che digiuni, sappi che il tuo campo resterà digiuno se resterà digiuna la misericordia. Quello invece che tu avrai donato nella misericordia, ritornerà abbondantemente nel tuo granaio. Pertanto, o uomo, perché tu non abbia a perdere col voler tenere per te, elargisci agli altri e allora raccoglierai. Dà a te stesso, dando al povero, perché ciò che avrai lasciato in eredità ad un altro, tu non lo avrai.

lunedì 12 marzo 2012

Enzo Bianchi, Lettere a un amico sulla vita spirituale
Edizioni Qiqajon

Consigli da gustare e meditare per riprendere ogni giorno con gioia e fiducia il cammino della fede.


Apriti alla vita interiore!

Come pregare? Cosa fare quando il dubbio e la stanchezza rallentano il cammino? Come abitare il silenzio? Cos’è l’umiltà? Come vivere la notte della fede? Molte sono le domande che nascono in un “cercatore di Dio”: queste lettere rispondono con dolcezza e pedagogia agli interrogativi posti da un giovane che desidera mettersi in cammino sui sentieri dell’avventura interiore. L’autore affronta con grande semplicità tutte le dimensioni della vita spirituale cristiana: brevi consigli da gustare e meditare per procedere con gioia e fiducia sul cammino della fede.
I testi qui raccolti sono stati pubblicati dal mensile cattolico francese Panorama.

Enzo Bianchi (Castel Boglione 1943), priore della Comunità monastica di Bose, è autore di numerosi testi sulla spiritualità cristiana e sulla grande tradizione della chiesa.

Alla luce attraverso i silenzi della notte

"Non è nella luce di una parola che bisogna cercare la luce. La luce di una parola appartiene ancora al creato, all'effimero, al nulla. Se vi ci fissiamo, restiamo in cammino, non raggiungiamo il termine mai. Ecco perchè all'anima, ch'egli ama, Dio fa la grazia di rfiutargliela. La lascia nella notte. Ed è la notte che diventa la luce: Et nox illuminatio mea in deliciis meis".

Estratto da: Ermanno Ancilli, Dal silenzio della Certosa - Scritti spirituali, Città Nuova, Roma 1977, p. 142

 

Inferno e Paradiso secondo Simone Weil

Per natura noi cerchiamo il piacere e fuggiamo la sofferenza. È solo per questo che la gioia fa da immagine del bene e il dolore da immagine del male. Da qui l'iconografia del paradiso e dell'inferno. Ma di fatto, nella nostra vita, piacere-dolore sono una coppia inseparabile.

Ci sono già quaggiù dolori quasi infernali e piaceri quasi infernali; ci sono gioie quasi divine e sofferenze quasi divine.

Forse nell'istante della morte, un'infinità di gioia divina e un'infinità di dolore puro entrano contemporaneamente nell'anima santa facendola scoppiare e sparire nella pienezza dell'essere; mentre l'anima dannata si dissolve nel nulla con un misto di orrore e di orribile compiacimento.

Simon Weil, Quaderni , volume III, Adelphi, Milano 1988, p. 207.

Antonio Nunziante, Metamorfosi-rinascita
Olio su tela, cm 50x40 (2001)
Collezione privata

Cosa succede all’anima quando abbandona il corpo?

L'attende un aspro combattimento, prima di essere condotta dagli angeli ai luoghi che le sono stati destinati.

L’autore del testo che vi proponiamo è Giovanni Carpazio, monaco contemplativo vissuto nel VI o VII secolo. Di lui conosciamo molto poco. Le prime notizie che lo riguardano ce le fornisce Fozio (801-892 ca.), teologo bizantino e patriarca di Costantinopoli, nella sua Bibliotheca (titolo originale Myriobiblon), una rassegna di 279 opere riassunte e “recensite” con un gusto letterario atticistico e la sensibilità di cristiano ortodosso dell’autore.
Pare che Carpazio sia stato vescovo di Karpatos, isola tra Rodi e Creta, dopo aver condotto una vita monastica in quella stessa isola. Il brano che segue è tratto dal Discorso di consolazione rivolto ai monaci dell’India, su loro richiesta (Capita hortatoria ad monachos in India). L’opera contiene cento "ammonimenti", con i quali il monaco “unge i lettori perché siano costanti nelle avversità e diano prova di sopportazione nelle tentazioni che sopravvengono”. Compose anche un secondo trattato sprituale, noto come Seconda centuria (titolo originale, Capita theologica et gnostica), in cui spiega coma passare dalla vita ascetica a quella contemplativa.

Quando l’anima esce dal corpo…
di Giovanni Carpazio

Ammonimento n. 25
“Quando l’anima esce dal corpo, il nemico le si fa incontro combattendo e insultando con audacia, divenuto aspro e temibile accusatore per quelli che sono caduti. Ma bisogna vedere allora come l’anima amante di Dio e piena di fede, anche se un tempo si è più volte ferita con peccati, non si lascia sbigottire dagli assalti e dalle minacce di quello, ma piuttosto fortificandosi nel Signore e sollevandosi sulle ali della gioia, prendendo coraggio grazie alle potenze sante che la guidano, cinta come da muro dalla luce della fede, grida con franchezza al maligno diavolo: «Che c’è tra te e noi, o estraneo a Dio? Che c’è tra te e noi, disertore dei cieli e servo malvagio? Non hai potere su di noi, tu! Il Cristo, il Figlio di Dio, ha potere su noi e su tutti! Davanti a lui abbiamo peccato, davanti a lui ci giustificheremo, avendo come pegno delle sue viscere di misericordia per noi e della nostra salvezza, la preziosa croce di lui. E tu, fuggi lontano da noi, miserabile! Nulla vi è fra te e i servi di Cristo».
E mentre l’anima coraggiosamente dice queste cose, il diavolo ormai volge le spalle, con urla lamentose, perché non può resistere al nome di Cristo.
Poi l’anima, giunta in alto, vola sul nemico schiaffeggiandolo, come fa il falco col corvo. Dopo questo, l’anima esultante è portata dai divini angeli ai luoghi che le sono stati destinati, conforme al suo stato”.

Guido Reni, San Michele arcangelo (1635)
Chiesa di Santa Maria della Concezione, Roma

"Io sono la luce del mondo"

Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo
(Tratt. 34, 8-9; CCL 36, 315-316)
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Il Signore in maniera concisa ha detto: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12), e con queste parole comanda una cosa e ne promette un'altra. Cerchiamo, dunque, di eseguire ciò che comanda, perché altrimenti saremmo impudenti e sfacciati nell'esigere quanto ha promesso, senza dire che, nel giudizio, ci sentiremmo rinfacciare: Hai fatto ciò che ti ho comandato, per poter ora chiedere ciò che ti ho promesso? Che cosa, dunque, hai comandato, o Signore nostro Dio? Ti risponderà: Che tu mi segua.
Hai domandato un consiglio di vita. Di quale vita, se non di quella di cui è stato detto: «E' in te la sorgente della vita»? (Sal 35, 10).
Dunque mettiamoci subito all'opera, seguiamo il Signore: spezziamo le catene che ci impediscono di seguirlo. Ma chi potrà spezzare tali catene, se non ci aiuta colui al quale fu detto: «Hai spezzato le mie catene»? (Sal 115, 16). Di lui un altro salmo dice: «Il Signore libera i prigionieri, il Signore rialza chi è caduto»(Sal 145, 7. 8).
Che cosa seguono quelli che sono stati liberati e rialzati, se non la luce dalla quale si sentono dire: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre»? (Gv 8, 12). Sì, perché il Signore illumina i ciechi. O fratelli, ora i nostri occhi sono curati con il collirio della fede. Prima, infatti, mescolò la sua saliva con la terra, per ungere colui che era nato cieco. Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere illuminati da lui. Egli mescolò la saliva con la terra: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Mescolò la saliva con la terra, perché era già stato predetto: «La verità germoglierà dalla terra» (Sal 84, 12) ed egli dice: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6).
Godremo della verità, quando la vedremo faccia a faccia, perché anche questo ci viene promesso. Chi oserebbe, infatti, sperare ciò che Dio non si fosse degnato o di promettere o di dare?
Vedremo a faccia a faccia. L'Apostolo dice: Ora conosciamo in modo imperfetto; ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia (cfr. 1 Core 13, 12). E l'apostolo Giovanni nella sua lettera aggiunge: «Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che, quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3, 2). Questa è la grande promessa.
Se lo ami, seguilo. Tu dici: Lo amo, ma per quale via devo seguirlo? Se il Signore tuo Dio ti avesse detto: Io sono la verità e la vita, tu, desiderando la verità e bramando la vita, cercheresti di sicuro la via per arrivare all'una e all'altra. Diresti a te stesso: gran cosa è la verità, gran bene è la vita: oh! se fosse possibile all'anima mia trovare il mezzo per arrivarci!
Tu cerchi la via? Ascolta il Signore che ti dice in primo luogo: Io sono la via. Prima di dirti dove devi andare, ha premesso per dove devi passare: «Io sono», disse «la via»! La via per arrivare dove? Alla verità e alla vita. Prima ti indica la via da prendere, poi il termine dove vuoi arrivare. «Io sono la via, Io sono la verità, Io sono la vita».
Rimanendo presso il Padre, era verità e vita; rivestendosi della nostra carne, è diventato la via.
Non ti vien detto: devi affaticarti a cercare la via per arrivare alla verità e alla vita; non ti vien detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha svegliato dal sonno, se pure ti ha svegliato. Alzati e cammina!
Forse tu cerchi di camminare, ma non puoi perché ti dolgono i piedi. Per qual motivo ti dolgono? Perché hanno dovuto percorrere i duri sentieri imposti dai tuoi tirannici egoismi? Ma il Verbo di Dio ha guarito anche gli zoppi.
Tu replichi: Sì, ho i piedi sani, ma non vedo la strada. Ebbene, sappi che egli ha illuminato perfino i ciechi.

Il Purgatorio

La "visione" di Adrienne von Speyr, teologa e mistica del Novecento

Contrariamente a quanto afferma un luogo comune molto diffuso ai giorni nostri, il “purgatorio”, inteso come “stadio intermedio” tra la morte e la resurrezione nell’ultimo giorno, non fu una “invenzione” medievale. La conoscenza che ne abbiamo affonda le prime radici nell’Antico Testamento (2 Mcc 12, 32-46) e in altri testi del periodo arcaico-giudaico, come, ad esempio, l’apocrifa Vita di Adamo e Eva (I secolo d.C.). È vero, però, che il Nuovo Testamento aveva lasciato aperta la descrizione di questo “luogo di purificazione”, non offrendo elementi sufficienti per la sua comprensione. L’argomento fu affrontato, a più riprese, nei secoli successivi. In particolare, la dottrina cattolica del purgatorio venne formulata nel Medioevo nel corso di due Concili che intendevano promuovere l’unione con le Chiese orientali. Successivamente fu ripresa e ridefinita in sintesi dal Concilio di Trento: « Illuminata dallo Spirito Santo, attingendo dalla Sacra Scrittura e dall’antica tradizione dei Padri, la Chiesa cattolica ha insegnato nei sacri Concili e in ultimo in questa assemblea plenaria: esiste un “luogo di purificazione” (purgatorium) e le anime ivi trattenute trovano aiuto nelle intercessioni dei credenti, ma soprattutto nel sacrificio dell’altare a Dio accetto » (DS 1820).
Significativi, inoltre, i contributi dei grandi mistici cristiani che, grazie alla “percezione intima e profonda” dei “misteri divini” infusa loro dallo Spirito Santo, hanno facilitato la nostra comprensione delle “cose ultime”, Purgatorio compreso.
Non possiamo tralasciare a questo riguardo la “visione” del purgatorio di Adrienne von Speyr, una delle più importanti mistiche cattoliche del Novecento. Morta nel 1967, fu medico, sposa, teologa e mistica, “superando le dimensioni della normalità non solo con la sua santità personale, ma anche con la sua opera”, come sosteneva il grande teologo Hans Urs von Balthasar, direttore spirituale della mistica svizzera.
Il testo che segue è tratto da una prima raccolta sistematica degli scritti di Adrienne von Speyr. L’antologia redatta da Barbara Albrecht, con un saggio introduttivo di Hans Urs von Balthasar, fu pubblicata in Italia nel 1975 dalle Edizioni Jaca Book, con il titolo Adrienne von Speyr: Mistica oggettiva.
© Pellegrini nel Tempo

Il Purgatorio
di Adrienne von Speyr

Tra croce e inferi: purgatorio
Da una parte si trova l’opera della pura carità: la croce. Dall’altra parte l’opera della pura giustizia: gli inferi. E il figlio vede ciò che il Padre trae da entrambi: vede la sintesi…
Il Padre va incontro al Figlio mostrandogli per primo non il duro regno degli inferi, ma la sintesi degli inferi e della croce, quindi l’effetto della carità del Figlio coinvolta nella giustizia. Davanti alla croce gli inferi erano l’unica definitiva realtà. Un purgatorio si capisce solo attraverso l’opera redentiva del Figlio. E il Padre mostra al Figlio di non rimanere indifferente di fronte alla redenzione, anche se la redenzione rimane temporaneamente nascosta presso di lui, il Padre.

La zona di confine
Il Figlio istituisce il purgatorio. Questo non è solo confine tra terra e cielo – e perciò un riflesso dell’incarnazione – è anche il limite tra bene e male. Perciò il confine non è posto al di fuori, il Figlio prende su di sé il peccato e, passando con il peccato attraverso gli inferi, forma il purgatorio, attira su di sé il confine del regno degli inferi. Ecco le due zone:


Dove sta il confine tra le due aree? È molto difficile precisarlo. Una è costituita dagli inferi, l’altra dal cielo e il Figlio prende con sé entrambi…
Il Signore ha fatto propri in sé i due spazi, quindi il confine è in lui, in lui essi si sono avvicinati:


In quanto Cristo diventa il confine, sorge il purgatorio. E il Figlio, tenendo presente il limite che è in lui, separa in seguito la destra e la sinistra. Certo stabilendo il confine rimane immutato ma è preso e respinto dai suoi confini. Il purgatorio è precisamente questa doppia azione. La decisione cade nel fuoco che egli stabilisce in forma stabile e con cui mette alla prova l’uomo: ciò che è incompatibile e brucia è gettato negli inferi.

La trasformazione attraverso il fuoco
Il Figlio deve ricondurre al Padre i lontani che non vogliono ancora accettare la carità del Signore, deve permettere che si attui in loro la procedura del Padre. Le anime in questo stato sono isolate. Non chiedono alcun aiuto e alcuna preghiera dall’esterno. Non riconoscono la loro colpa, non sono disposte a ricevere la pura grazia del perdono come l’unica via d’uscita. Insistono sulla propria giustizia, sui propri principi, sulla propria vita passata. Vogliono espiare i loro peccati secondo un metodo loro proprio. Così essi sono affidati al metodo del Padre che conosce bene nel suo mistero come deve combinare giustizia e misericordia per ogni anima per spronarli e per condurli alla carità del Figlio. Egli mette sempre nella sua giustizia già delle gocce della carità del Figlio senza che l’anima lo sappia e se ne accorga. Con il tempo il metodo porterà a dei risultati. L’anima incomincia allora a soffrire sotto tutti gli aspetti e a sentire la mancanza di aiuto; si vede costretta ad abbandonare la propria sicurezza. Gli diviene insopportabile la corazza della morale farisaica di cui si era circondata. Comprende che da sola non riesce: ha bisogno di aiuto. Deve ricorrere alla intercessione. Ora il Signore, che prima era impedito dal rifiuto, è libero. Ora la sua preghiera per l’anima diventa operante. Questa, che finora era congelata, si muove, tende verso la carità, si avvicina all’uscita del purgatorio, mentre quindi il peccatore anela sempre in modo più incalzante verso la carità e la perfezione, si pente sempre più del peccato, rende sempre più efficace in sé stesso la preghiera del Signore e della Chiesa, si compie in lui la trasformazione decisiva. Nella misura in cui riconosce la gravità del peccato, in cui comincia ad accorgersi di tutta l’estensione del peccato nel mondo e della sua cattiveria, dimentica i confini della propria e altrui colpa. Ora scorge una sola cosa: l’immensa offesa recata a Dio dai peccati. Non la vede direttamente negli altri (nel purgatorio non si vedono gli altri) ma guardando indietro al suo stato, come era nella vita terrena e quando entrò nel luogo di purificazione. Soprattutto in questa immagine miserabile riconosce l’essenza del peccato. Non ha più importanza per lui se ad incominciare è stato lui o un altro; non si preoccupa più neanche della purificazione e redenzione personale; non conta più in certo modo il tempo che deve trascorrere qui. È così poco preso dal pensiero dell’espiazione e dell’aiuto che sarebbe pronto ora con gioia a rimanere nel fuoco fino alla fine del mondo, se Dio fosse offeso solo un po’. L’intero peso passa da lui alla carità di Dio e attraverso la carità di Dio all’amore del prossimo. L’anima non vuole più raggiungere scopi personali, ma essere solo strumento della carità. Nel momento in cui la raggiunge tale pensiero, essa è redenta. Egli può pregare insieme al Signore e alla Chiesa, la loro preghiera incomincia ad essere efficace nella comunione dello Spirito, e questa è l’assoluzione definitiva con cui entra in cielo. Il purgatorio è il proprio io; il cielo sono gli altri. Il passaggio avviene nella carità. L’ordine dell’amore sulla terra e nel purgatorio è come capovolto: sulla terra il grande comandamento del Signore è “amatevi l’un l’altro”. Attraverso l’amore del prossimo è garantito l’amore verso Dio e sempre più motivato. Il cammino decisivo verso Dio passa attraverso la carità del prossimo. Nel purgatorio si verifica il contrario: il peccatore riconosce dapprima l’offerta di Dio di cui egli stesso è colpevole, giunge alla carità di Cristo e da essa gli si apre l’amore verso gli uomini. Nel momento in cui vede che la carità del Signore è eucarestia, cioè donazione infinita ai fratelli, egli è redento.

Preghiere di liberazione

SPIRITO DEL SIGNORE 

Spirito del Signore, Spirito di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, santissima Trinità, Vergine Immacolata, angeli, arcangeli e santi del paradiso, scendete su di me. Fondimi, Signore, plasmami, riempimi di te, usami. Caccia via da me tutte le forze del male, annientale, distruggile, perchè io possa stare bene e operare il bene. Caccia via da me i malefici, le stregonerie, la magia nera, le messe nere, le fatture, le legature, le maledizioni, il malocchio; l’infestazione diabolica, la possessione diabolica, l’ossessione diabolica; tutto ciò che è male, peccato, invidia, gelosia, perfidia; la malattia fisica, psichica, morale, spirituale, diabolica. Brucia tutti questi mali nell’inferno, perché non abbiano mai più a toccare me e nessun’altra creatura al mondo. Ordino e comando con la forza di Dio onnipotente, nel nome di Gesù Cristo salvatore, per intercessione della Vergine immacolata, a tutti gli spiriti immondi, a tutte le presenze che mi molestano, di lasciarmi immediatamente, di lasciarmi definitivamente, e di andare nell’inferno eterno, incatenati da S. Michele arcangelo, da S. Gabriele. da S. Raffaele, dai nostri angeli custodi, schiacciati sotto il calcagno della Vergine santissima immacolata.


PREGHIERA DI LIBERAZIONE

O Signore tu sei grande, tu sei Dio, tu sei Padre, noi ti preghiamo per l’intercessione e con l’aiuto degli arcangeli Michele, Raffaele, Gabriele, perché i nostri fratelli e sorelle siano liberati dal maligno. Dall’angoscia, dalla tristezza, dalle ossessioni. Noi ti preghiamo, liberaci, o Signore. Dall’odio, dalla fornicazione, dalla invidia. Noi ti preghiamo, liberaci, o Signore. Dai pensieri di gelosia, di rabbia, di morte. Noi ti preghiamo, liberaci, o Signore. Da ogni pensiero di suicidio e aborto. Noi ti preghiamo, liberaci, o Signore. Da ogni forma di sessualità cattiva. Noi ti preghiamo, liberaci, o Signore. Dalla divisione di famiglia, da ogni amicizia cattiva. Noi ti preghiamo, liberaci, o Signore. Da ogni forma di maleficio, di fattura, di stregoneria e da qualsiasi male occulto. Noi ti preghiamo, liberaci, o Signore.
Preghiamo: O Signore che hai detto: “Vi lascio la pace, vi dò la mia pace”, per l’intercessione della Vergine Maria, concedici di essere liberati da ogni maledizione e di godere sempre della tua pace. Per Cristo nostro Signore. Amen.


PREGHIERA CONTRO IL MALEFICIO

Kíríe eleison. Signore Dio nostro, o sovrano dei secoli, onnipotente e onnipossente, tu che hai fatto tutto e che tutto trasformi con la tua sola volontà; tu che a Babilonia hai trasformato in rugiada la fiamma della fornace sette volte più ardente e che hai protetto e salvato i tuoi santi tre fanciulli. Tu che sei dottore e medico delle nostre anime: tu che sei la salvezza di coloro che a te si rivolgono, ti chiediamo e ti invochiamo, vanifica, scaccia e metti in fuga ogni potenza diabolica, ogni presenza e macchinazione satanica, e ogni influenza maligna, ogni maleficio o malocchio di persone malefiche e malvagie operati sul tuo servo (nome). Fa che in cambio dell’invidia e del maleficio ne consegua abbondanza di beni, forza, successo e carità; tu, Signore che ami gli uomini, stendi le tue mani possenti e le tue braccia altissime e potenti e vieni a soccorrere e visita questa immagine tua, mandando su di essa l’angelo della pace, forte e protettore dell’anima e del corpo, che terrà lontano e scaccerà qualunque forza malvagia, ogni veneficio e malia di persone corruttrici e invidiose; così che sotto di te il tuo supplice protetto con gratitudine ti canti: “Il Signore è il mio soccorritore e non avrò timore di ciò che potrà farmi l’uomo”. E ancora: “Non avrò timore del male perché tu sei con me, tu sei il mio Dio, la mia forza, il mio Signore potente, Signore della pace, padre dei secoli futuri”. Sì, Signore Dio nostro, abbi compassione della tua immagine e salva il tuo servo (nome) da ogni danno o minaccia proveniente da maleficio, e proteggilo ponendolo al di sopra di ogni male; per l’intercessione della più che benedetta, gloriosa Signora la Madre di Dio e sempre Vergine Maria, dei risplendenti arcangeli e di tutti i tuoi santi. Amen. (Dal: Rituale greco)

sabato 10 marzo 2012

La crisi della Chiesa nel mondo moderno

Vincent Willem van Gogh, Il buon samaritano, 1890
[…] Tutta la debolezza crescente della Chiesa nel mondo moderno deriva non, come si crede, dal fatto che la Scienza avrebbe costruito contro la religione dei sistemi sedicenti invincibili, non dal fatto che la Scienza avrebbe scoperto, trovato contro la Religione degli argomenti, dei ragionamenti supposti vittoriosi, ma dal fatto che quel che sopravvive socialmente nel mondo cristiano manca oggi profondamente di carità. Non è certo il ragionamento che manca. E’ la carità. Tutti quei ragionamenti, tutti quei sistemi, tutti quegli argomenti pseudoscientifici non varrebbero nulla, non avrebbero alcun peso se vi fosse un’oncia di carità. Tutte quelle pretese concluderebbero ben poco se la cristianità fosse rimasta quella che era, una comunione, se il cristianesimo fosse rimasto quello che era, una religione del cuore. E’ questa una delle ragioni per cui i moderni non capiscono niente di cristianesimo, del vero, del reale cristianesimo, della storia vera, reale del cristianesimo, di quello che era realmente la cristianità. (E quanti sono i cristiani che ancora lo capiscono. Quanti cristiani, proprio su questo punto, anche su questo punto, non sono dei moderni). Essi credono, quando sono sinceri, e ve ne sono, essi credono che il cristianesimo sia stato sempre moderno, e cioè, precisamente, che sia stato sempre come essi lo vedono nel mondo moderno, in cui non c’è più cristianità, nel senso in cui c’era un tempo. E così nel mondo moderno tutto è moderno ed è certamente il più bel vanto del modernismo, del mondo moderno, l’avere in molti sensi, in quasi tutti i sensi, reso moderno il cristianesimo stesso, la Chiesa e quel che sopravvive ancora della cristianità. Così avviene che, quando vi è un’eclissi, tutto il mondo è in ombra. Tutto quel che passa in un’età dell’umanità, per un’epoca, in un periodo, in una zona, tutto quel che è nel mondo, tutto quel che è stato posto in un certo posto, in un tempo, in un mondo, tutto quel che è situato in una certa situazione, temporale, in un mondo temporale, ne riceve il colore, ne porta l’ombra. Si fa molto chiasso a proposito di un certo modernismo intellettuale che non è neppure un’eresia, che è una specie di povertà intellettuale moderna, un residuo, una feccia, un fondo di tinozza, un deposito di tino, un fondo di botte, un impoverimento intellettuale moderno ad uso dei moderni delle antiche grandi eresie. Questa povera cosa non avrebbe causato nessuna rovina, sarebbe stata semplicemente ridicola se non avesse trovato la strada aperta , se non ci fosse questo grande modernismo del cuore, questo grave, infinitamente grave modernismo della carità. Se la strada non gli fosse stata aperta da questo modernismo del cuore e della carità. E’ per questo che la Chiesa nel mondo moderno, che nel mondo moderno la cristianità non è più popolo, come era, ed ora non è più; che quindi essa non è più socialmente un popolo, un immenso popolo, una razza, immensa, che il cristianesimo non è più la religione degli strati più profondi, una religione popolare, la religione di tutto un popolo, temporale, eterno, una religione radicata nelle maggiori profondità, anche temporali, la religione di una razza, di tutta una razza temporale, di tutta una razza eterna, ma che ormai non è altro socialmente che una religione di borghesi, una religione di ricchi, una specie di religione superiore per le classi superiori della società, della nazione, una miserabile specie di religione distinta per persone distinte; e quindi tutto quel che può esservi di più superficiale, di più ufficiale in un certo senso, di meno profondo; di più inconsistente; tutto quel che può esservi di più meschinamente, di più miserabilmente formale; e d’altra parte e soprattutto tutto quel che c’è di più contrario alla sua istituzione; alla santità, alla povertà, alla forma stessa più formale della sua istituzione. Alla virtù, alla lettera e allo spirito della sua istituzione. Della sua propria istituzione. Basta richiamarsi al minimo testo dei Vangeli. Basta richiamarsi al Vangelo.

E’ questa povertà, questa miseria spirituale e questa ricchezza temporale che han fatto tutto, che han fatto il male. E’ questo modernismo del cuore, questo modernismo della carità, che ha causato l’indebolimento, la decadenza, nella Chiesa, nel cristianesimo, nella cristianità stessa, che ha causato la corruzione della mistica in politica.

Charles Péguy

Morris Rosenfeld, il "poeta del ghetto"

Dopo l’assassinio dello zar Alessandro II (1881), in Russia furono promulgate le leggi antiebraiche. Nei decenni successivi si verificò una vasta emigrazione degli Ebrei di Russia verso gli Stati Uniti d’America. Si formò così lo stanziamento di Ebrei che, dopo la distruzione delle Comunità europee, costituisce oggi il più grande insediamento della Diaspora ebraica nel mondo. Morris Rosenfeld (1862 – 1923), il “poeta del ghetto” cantò le illusioni e le crudeli storie di sfruttamento dell’emigazione degli Ebrei di quegli anni. Lèon Bloy tracciò uno straordinario profilo del poeta nel pamphlet Il sangue del povero, pubblicato in Italia da SE Studio Editoriale a cura di Giancarlo Pavanello. Riproponiamo il vibrante capitolo in questo spazio, con la speranza di contribuire a far conoscere uno dei più grandi poeti della Diaspora, tanto sublime quanto poco conosciuto nel nostro paese.

Morris Rosenfeld, l’avvocato del Santo Sepolcro
di LÉON BLOY

La storia degli Ebrei sbarra la storia
del genere umano, come una diga

sbarra un fiume, per innalzarne il livello.
Léon Bloy

Sì! L’avvocato del Santo Sepolcro! E si tratta di un Ebreo, di un poeta ebreo del tutto straordinario, che non si è mai convertito. Ma fu Ebreo nel profondo e, di conseguenza, il più grande poeta che abbia mai avuto il Povero, e questo gli permise di giungere vicinissimo alla Tomba di Gesù Cristo, infinitamente più vicino alla maggior parte dei cristiani.
Si sa che Goffredo di Buglione non accettò di essere re di Gerusalemme, ma soltanto l’Avvocato o il Difensore del santo Sepolcro, «non volendo», dicono le Assises, « portare la corona d’oro dove il Re dei re portò una corona di spine ». Per il poeta Morris Rosenfeld non si può parlare né di regalità né di corona d’oro, ma il povero non ebbe mai un simile difensore. La Città santa dei suoi padri, da lui conquistata, è la poesia stessa, che è la Gerusalemme dei poveri e dei sofferenti.
Poeta dei miseri, misero lui stesso, si esprime nella lingua dei miseri. « Rovinati e sfiniti dal lungo esilio, cacciati e dispersi in paesi stranieri, abbiamo perduto la nostra lingua sacra e la nostra dignità di un tempo e, oggi, dobbiamo accontentarci dei sospiri esalati da un dialetto povero e derisorio, di cui ci siamo impadroniti trascinandoci da un popolo all’altro ». Ma i poeti fanno quello che vogliono. Questo gergo cosmopolita formato con i brandelli di tutte le lingue ha saputo trasformarlo in musica d’arpa che piange.
Morris (Mosè-Giacobbe) Rosenfeld è nato nella Polonia russa. Laggiù, sulla riva di un fiume ora placido e ora furioso, suo padre, un pescatore poverissimo, gli raccontava storie di ribellioni e di sofferenze per nobilitare il suo c uore. «Non sempre fummo un popolo in grado soltanto di piangere…». Chiamato a perpetuare la stirpe dei sofferenti e a essere ancora più povero di quanto lo fossero stati i suoi avi, fu consolato per tutta la vita dal ricordo della sua umile infanzia trascorsa nelle vicinanze di un fiume, delle colline e delle foreste.

Il sole tramonta dietro le montagne… L’acqua scorre, scorre sempre e mormora una lingua che nessuno conosce. Una barca scivola in lontananza, senza vogatore, senza timone; si direbbe che sia spinta da demoni. In questa barca c’è un bambino che piange… Lunghi riccioli dorati ricadono sulle sue spalle, e il povero piccolo guarda sospirando… E la barca continua a scivolare. Agitando un fazzoletto bianco, Egli mi saluta da lontano, mi dice addio, quel povero, meraviglioso bambino. E il mio cuore comincia a sussultare. Si direbbe che qualcosa pianga… Ditemi, cos’è dunque? Oh, questo bambino superbo io lo conosco. Mio Dio, è la mia infanzia che mi lascia!

Limpida sorgente che ben presto si trasforma in un torrente di lacrime amare. Ma quell’uomo povero non è un ribelle. La sua natura non lo porta a gridare vendetta: Vero Ebreo Lamentatore, sa soltanto piangere sui suoi sciagurati fratelli più che su se stesso. Ma le sue lacrime hanno una forza d’invocazione più terribile degli scatenamenti della disperazione. Non so davvero se in poesia esista qualcosa di più angosciante dei versi che hanno per titolo A una nuvola:

Fermati, nuvola selvaggia, fermati.
E dimmi da dove vieni e dove vai.

Perché sei così cupa, greve e nera?
Ho paura di te, tu spaventi l’anima mia.
. . .
Dimmi: ti caccia qui l’orribile vento

Della Russia nera?
. . .
Forse con te porti
La vecchia pazienza, che presto

Esploderà, sanguinosa e selvaggia,
. . .
Mentre tenevo la faccia rivolta verso il cielo,

D’un tratto dalla nuvola cadde una goccia;
Una goccia amara cadde nella mia bocca, -
Amara, più amara della bile.
E mi sembra, fratelli – anzi, ne sono sicuro,
Oh, sì, sì, mi sembra una lacrima ebraica, una lacrima di sangue,
Una lacrima ebraica, - che spavento!

Mi ha strappato l’anima e perdo la testa.
Una lacrima ebraica! – l’ho riconosciuta subito.
Ma è un misto di fiele, di cervello e di sangue.
Una lacrima ebraica! – l’ho riconosciuta subito.
Sa di persecuzione, di sventure e di pogrom.
Oh, una lacrima ebraica, sento in questo odore

L’orribile bestemmia di duemila anni…
La lacrima ebraica… Ora capisco
Di che nuvola si trattava

Quest’uomo schiacciato nel fondo delle cripte, sembra aver avvertito più di ogni altro la tristezza spaventosa e soprannaturale di quella Settimana Santa, che dura da duemila anni e che è tutta la storia degli Ebrei dalla Vendizione del loro Primogenito. Ma, più di ogni altro, ha saputo cogliere la bellezza. Alcune sue poesie sono come echi in un sepolcro della grandiosa liturgia delle Tenebre, interamente attinta dal Libro divino che gli Ebrei portano in ogni parte della terra, cercando di leggere attra verso lo scuro tessuto del loro Velamen.

Un libro vecchio e strappato. La copertina macchiata di sangue e di lacrime. Lo conoscete questo libro? Certo che lo conoscete, questo libro, non ho dubbi. Il più santo dei libri santi. Abbiamo già dato molto per questo povero libro…

E questo grido sublime di fronte alla scena degli Ebrei emigranti e dei loro miserabili bagagli sulle panchine di New York:

Con loro, in quei fagotti, - vedete? –
C’è il tesoro del mondo, - la loro Thora! –
Come potete dire che è povera una simile nazione?
Un popolo che attraversa la notte e le tombe;
Che sa passare tra l’orrore, il fuoco e la morte,
Per salvare ciò che gli è sacro e caro?

Un popolo che sa resistere a tante sventure;
Che sa soffrire tanto e dare il proprio sangue;
Che non teme niente e nessuno;
Che rischia la propria vita per pochi poveri figli.
Un popolo che continua a bagnarsi nelle lacrime;
Che ognuno colpisce e tortura con gioia;
Che vagabonda da millenni nei deserti,
E non ha ancora perduto il coraggio?
Per pronunciare il nome di un simile popolo,

Dovete pulirvi le labbra. – In ginocchio,
o nazioni!
Chi parla così è, agli occhi del mondo, al di sotto di un verme. Ma ha infinitamente ragione e Dio stesso non avrebbe saputo parlare meglio. Gli Ebrei sono i fratelli maggiori di tutti e quando tutto avrà un ordine, i loro più superbi padroni si riterranno onorati di leccare i loro piedi di vagabondi. Poiché tutto è stato loro promesso e, nell’attesa, fanno penitenza per la terra. Il diritto di primogenitura non può essere annullato da un castigo, per quanto rigoroso esso sia, e la parola d’onore di Dio è immutabile, giacchè « i suoi doni e la sua chiamata sono senza pentimento ». Chi ha detto questo è il più grande fra gli Ebrei convertiti, e i cristiani implacabili che pretendono di rendere eterne le rappresaglie del Crucifigatur dovrebbero ricordarsene. « Il loro delitto » dice ancora san Paolo « è stato la salvezza delle nazioni ». Che popolo inaudito è mai questo, al quale Dio chiede il permesso di salvare il genere umano, dopo avergli chiesto la sua carne per soffrire meglio? Ciò significa che la sua Passione non lo avrebbe soddisfatto, se non gli fosse stata inflitta dal suo prediletto, e qualunque altro sangue diverso da quello proveniente da Abramo non sarebbe stato efficace per lavare i peccati del mondo?
Certo, Rosenfeld, che era soltanto un operaio molto ignorante, non doveva aver letto san Paolo, che gli Ebrei non leggono affatto. Ma il suo genio di poeta e il senso profondo della sua Razza gli facevano intuire queste cose. Appena cominciò a cantare, il suo posto – l’ho già detto all’inizio – fu alla destra del Sepolcro di Gesù Cristo. Senza saperlo, ribadì le Affermazioni imperiture dell’Apostolo delle genti e, non essendo stato poeta se non per i poveri, si trovò – nel senso più misterioso – a essere l’Avvocato del Santo Sepolcro, re senza corona e senza mantello della poesia di coloro che piangono, sentinella sperduta presso la Tomba del Dio dei poveri immolato dai suoi antenati. Allora, per la sola forza delle leggi adorabili, il suo giudaismo fu superato, inondato da ogni lato dal sentimento di una fratellanza universale con i poveri e i sofferenti di tutta la terra.
Il suo perpetuo vagabondaggio, veramente ebraico, lo predisponeva a questo.
Sotto il regno di Alessandro III e del suo ministro Ignatiev, la situazione degli Ebrei in Russia era ormai fatta insostenibile. Oltraggiati, perseguitati, massacrati, quell’impero selvaggio era diventato un inferno per loro. Rosenfeld prese il bordone della vita errante e partì.
« Per quattro anni » scrive uno dei suoi ammiratori « i venti lo sospinsero da un luogo all’altro; per quattro anni, ogni ondata della miseria lo inghiottiva e lo rigettava per poi lasciarlo in balìa di un’altra ondata; per quattro anni fu scosso da un specie di febbre che esiste solo nel popolo ebraico, la ricerca di un focolare. Questa spietata febbre che, da venti secoli, non dà tregua ai figli di Israele; questa vita da cane vagabondo, senza diritti e senza stima, senza nazione e senza speranza, camminando, camminando sempre, dall’Oriente all’Occidente e dal Nord al Sud, varcando monti e attraversando Oceani, pregando e gridando, piangendo e lottando, questa vita ignobile e iniqua, si può ben dire che il nostro l’abbia conosciuta ».
Nella sua ode In mezzo all’Oceano, due Ebrei, ai quali è stato rifiutato l’ingresso in America, ritornano in Europa:

Chi siete, sventurati, ditemi,
Voi che potete imporre il silenzio al più terribile sconforto,
Voi che non avete né singhiozzi né lacrime
Perfino presso la porta della spaventosa Morte?

. . .
« Avevamo un alloggio e ce l’hanno distrutto,
Hanno bruciati quanto avevamo di più sacro;
Dei nostri più cari e dei migliori hanno fatto mucchi di ossa.
Gli altri sono stati deportati, con le mani legate.
. . .
Siamo Ebrei, Ebrei diseredati,
Senza amici e senza gioia, senza speranza di felicità.

. . .
Siamo miserabili simili a pietre,
La terra ingrata rifiuta di offrirci un asilo.
. . .
Sia che il vento soffi e imperversi, e urli con furore,
Sia che ribollisca, schiumi e arroventi l’abisso,
Qualsiasi cosa accada, noi siamo Ebrei abbandonati ».

Se gli Ebrei sono degni di un tale poeta, gli perdoneranno di aver pianto spesso su altri che non erano Ebrei. Al di là dell’immane sventura dell’antico popolo di Geova, l’anima universale di Rosenfeld scopriva altre sventure e non nascondeva di averne il cuore straziato. La sua situazione era ben adatta per conoscerle! Era stato visto lavorare tra i più poveri operai di tutte le nazioni, ad Amsterdam, a Londra, a New York dove, per dieci anni, non ebbe altro mezzo per vivere che il triste mestiere di scalpellini di fabbrica. I suoi versi sull’infame schiavitù delle fabbriche sono forse i più dolorosi.
Abbruttito dal lavoro della giornata, l’operaio ritorna a casa. Lo attendono la moglie e il figlio:

Il lavoro mi caccia presto da casa
E non mi lascia tornare che tardi.
Ahimè, mi è estranea la mia stessa carne!
Estraneo lo sguardo di mio figlio!


La moglie gli parla del loro bambino. È buono e per tutto il giorno non fa che domandare del padre. Ma ora dorme. Il pover’uomo si avvicina alla culla del figlio. Gli mostra un soldino e gli parla per svegliarlo, per mostrarsi a lui.

Un sogno fa muovere le sue piccole labbra.
« Oh, dov’è mai, dov’è mai il mio papà? ».
Resto lì, pieno d’angoscia, di dolore
E d’amarezza, e penso:
« Quando ti sveglierai, domani, figlio mio,
più non mi troverai ».


Un giorno, finalmente, il poeta, essendo stato notato, lasciò la fabbrica e certi strani protettori gli offrirono un mestiere ancora peggiore, quello del giornalista, che gli divenne quasi subito intollerabile: « - Oh, riapritemi le porte della fabbrica. Sopporterò tutto. – Succhiami il sangue, fabbrica, oh, succhiami il sangue! Piangerò sottovoce. Farò il mio duro lavoro. Lo farò senza protestare. – Posso farmi pagare per i miei scalpelli. Ma la mia penna deve appartenere a me solo ».
La sua penna! È questa la parola che bisogna scrivere? In ogni istante lo scalpellino Rosenfeld mi fa pensare quegli intagliatori d’immagini di tanto tempo fa, a quegli artisti barbari, puerili e sublimi, che non conoscevano nessuna scienza e nessuna arte, perché non avevano mai avuto lezioni da altri maestri che non fossero la loro sofferenza, e lavoravano come potevano, con poveri strumenti, sotto le alte finestre di un immenso cantiere di compassione.
Sia che canti la pena del Popolo errante, o i tormenti d’inferno della fabbrica omicida, o il lamento così doloroso dell’infelice sedotta (« Ricordi la sera che mi hai disonorata? ») oppure l’eterna bellezza della natura gentile e terribile, sempre lo vedo mentre scolpisce, con pena, un legno durissimo, forse inadatto per questo, con un umile coltello che egli affila venti volte al giorno sulla mola inconsumabile dei cuori senza pietà. E le cose non procedono sempre come lui vorrebbe. Quel legno è simile al ferro e lo strumento talvolta si intacca su qualche nodo invincibile e imprevisto che turba la composizione. E inoltre l’ingenuo artista, privo di metodo, non sempre sa come concludere questa o quella figura iniziata. Allora il coltello stride con furore e lui sa trasformare le difficoltà in invenzioni che fanno fremere.
Nonostante la complessità della sua opera, si è detto tutto di Rosenfeld quando lo si è definito il poeta dei proletari. E lo è più di chiunque altro, essendo Ebreo e l’Ebreo essendo essenzialmente proletario. Ma il proletario – come le lacrime – appartiene a ogni popolo e a ogni tempo. Ma le lacrime ebraiche sono più pesanti. Hanno il peso di innumerevoli secoli. Quelle del nostro poeta sono state generosamente versate su un gran numero di infelici che non appartenevano alla sua Razza, e ora ecco queste lacrime preziose sulla bilancia del Giudice dei dolori umani che non guarda in faccia né i popoli né gli individui.
Quando il Padre vorrà che il Primogenito riassuma il proprio posto, penso che la notte più splendida illuminerà il banchetto, mentre la dolce falce di luna indicherà ove si trova il Santo Sepolcro e le lacrime di tutti i poveri splenderanno indistintamente, fantasticamente, nel profondo dei cieli!

Il Muro del Pianto - Gerusalemme

Lucifero

La descrizione di Ildegarda di Bingen (1098-1179) nella Quarta visione della prima parte de Il libro delle opere divine.

"XII. Tutta la bellezza delle opere della sua potenza Dio la impresse nel primo angelo, che adornò di stelle, della bellezza verdeggiante e di ogni sorta di pietre preziose splendenti, come un cielo stellato, e lo chiamò Lucifero perché da Dio stesso, che solo è eterno, aveva ricevuto la luce.
Io che sono ho esposto le mie opere su tre pareti, cioè a oriente, nel meridione e a occidente; e ho lasciato vuota la quarta parete nel settentrione, in cui non risplende né il sole né la luna. Per questa ragione è proprio in quella plaga al di fuori del firmamento che si trova l’inferno, che non ha tetto sopra di sé né fondo sotto; e anche le tenebre che ivi si trovano sono al servizio della mia lode, come lo sono le cose luminose; come infatti si potrebbe riconoscere la luce, se non per contrasto con le tenebre? E come si conoscerebbero le tenebre, se non per effetto del raggiante fulgore dei miei ministri? Se così non fosse, il mio potere mancherebbe di pienezza, e in tal modo i miei miracoli non sarebbero celebrati. Invece il mio potere è pieno e perfetto, né manca alcunché ai miei miracoli. E’ per essere luminosità senza tenebre che la luce è chiamata così. Luce invero è l’occhio vivente, le tenebre sono cecità. Secondo questa duplice partizione si conoscono infatti tutte le cose, sia buone che cattive; per mezzo della luce le opere di Dio, per mezzo delle tenebre l’allontanamento da Dio e la separazione dalla luce in coloro che non vogliono aver fiducia in lui, perché stanno dalla parte dei superbi.

XIII. La turba innumerevole di scintille, che si erano schierate con il primo angelo perduto, risplendette un tempo nel fulgore di tutte le sue bellezze, così come il mondo è illuminato grazie alla luce. Ma quando il primo angelo si accorse che in tutta la sua bellezza avrebbe dovuto servire il suo Dio, si sottrasse al suo amore protendendosi verso le tenebre, e disse fra sé: «E’ per me cagione evidente di gloria operare di mia volontà e produrre opere, come vedo fare a Dio». E tutta la sua compagnia gli diede il proprio assenso con queste parole: «Contro l’altissimo, poniamo il il trono del signore nostro ad aquilone». E decidevano fra loro di provocare sempre errore e divisione fra i ministri di Dio, affinché il proprio signore fosse uguale in potenza e magnificenza all’altissimo loro.
Allora gli occhi dell’eternità, che è una sola, sprigionarono fiamme, ed essa risuonò come un tuono tremendo e abbatté il primo trasgressore e tutto il suo esercito con l’aiuto dei suoi ministri, gli angeli. E gli angeli di Dio proclamavano con voce di tuono: «Quale perversa presunzione può rendersi uguale a Dio creatore nostro, che procede da se stesso? E poiché tu, che esisti per suo volere, hai avuto la presunzione di voler essere simile a lui, andrai in rovina». E immediatamente il primo angelo, insieme a tutti quelli che si erano uniti a lui, precipitò all’indietro, greve come piombo, perché aveva voluto dichiarare guerra contro Dio, le cui opere non vide risplendere nelle tenebre.

XIV. Per questa ragione Dio stesso ingaggiò contro di lui un’aperta battaglia, e lo fece in questo modo, considerando quella veste che nella sua scienza aveva rivestito da sempre, quella in cui Satana, che era fuggito da lui, non potrà riconoscerlo perfettamente fino a quando non avrà combattuto contro di lui tutte le sue battaglie; solo allora lo vedrà, nel più grande dolore della sua confusione, quando sarà confuso dal giudice giusto in persona, alla fine dei tempi.
E nell’antico decreto, che da sempre è presso di lui, stabilì come avrebbe fatto quest’opera, e dal fango della terra formò l’uomo come, prima dell’inizio del tempo, ne aveva prefigurato l’aspetto, nello stesso modo in cui il cuore dell’uomo contiene in sé la razionalità e dispone le parole sonanti che successivamente proferisce. Così Dio quando creò tutte le cose le produsse nel verbo, poiché il verbo, che è il figlio, era celato nel padre, come il cuore è nascosto all’interno dell’uomo. E Dio fece l’essere umano formandolo a propria immagine e somiglianza, perché stabilì che il suo corpo sarebbe stato la veste della santa divinità; per questo ha impresso nell’uomo il segno di tutte le creature, come ogni creatura ha avuto origine dal suo verbo.
Pertanto nella testa dell’uomo, cioè nella sfera che racchiude il cervello, è stabilito il vertice, cui è stata appoggiata una scala provvista di gradini per salire in alto, cioè di occhi per vedere, orecchie per udire, narici per odorare e bocca per parlare; e mediante essi l’uomo vede, conosce, discerne, divide e nomina tutte le creature. Dio infatti ha formato l’uomo e lo ha vivificato con il respiro vivente, che è l’anima; ne ha fatto un coagulo di carne e di sangue e lo ha reso saldo con la struttura delle ossa, alla maniera in cui la terra è consolidata dalle pietre, poiché, come la terra non può sussistere senza pietre, così neppure l’uomo senza ossa.
Anche il firmamento non avrebbe sole, luna e stelle, se non fossero stabiliti i luoghi nei quali perseguono il loro corso, poiché queste costellazioni non potrebbero in alcun modo essere fissate se non fossero stati designati per esse dei luoghi propri; per questa ragione tutti i loro spazi sono stati definiti secondo un’esatta misura, affinché il cerchio della ruota del firmamento sia in grado di muoversi circolarmente con movimento esatto, e tutto ciò è significato nella forma corporea dell’uomo, per quanto non nello stesso ordine e con la stessa perfezione con cui queste cose esistono negli spazi celesti".

Ildegarda di Bingen, Il libro delle opere divine, Mondadori, Milano 2003, pp. 373-379.

I 9 Cori Angelici
Miniatura dal breviario di Hildegard von Bingen
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