domenica 27 maggio 2012

La missione dello Spirito Santo

Dal trattato «Contro le eresie» di Sant’Ireneo, vescovo
(Lib. 3, 17, 1-3; SC 34, 302-306)

Il Signore, concedendo ai discepoli il potere di far nascere gli uomini in Dio, diceva loro: «Andate, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19). 
È questo lo Spirito che, per mezzo dei profeti, il Signore promise di effondere negli ultimi tempi sui suoi servi e sulle sue serve, perché ricevessero il dono della profezia. Perciò esso discese anche sul Figlio di Dio, divenuto figlio dell’uomo, abituandosi con lui a dimorare nel genere umano, a riposare tra gli uomini e ad abitare nelle creature di Dio, operando in essi la volontà del Padre e rinnovandoli dall’uomo vecchio alla novità di Cristo.
Luca narra che questo Spirito, dopo l’ascensione del Signore, venne sui discepoli nella Pentecoste con la volontà e il potere di introdurre tutte le nazioni alla vita e alla rivelazione del Nuovo Testamento. Sarebbero così diventate un mirabile coro per intonare l’inno di lode a Dio in perfetto accordo, perché lo Spirito Santo avrebbe annullato le distanze, eliminato le stonature e trasformato il consesso dei popoli in una primizia da offrire a Dio.
Perciò il Signore promise di mandare lui stesso il Paràclito per renderci graditi a Dio. Infatti come la farina non si amalgama in un’unica massa pastosa, né diventa un unico pane senza l’acqua, così neppure noi, moltitudine disunita, potevamo diventare un’unica Chiesa in Cristo Gesù senza l’«Acqua» che scende dal cielo. E come la terra arida se non riceve l’acqua non può dare frutti, così anche noi, semplice e nudo legno secco, non avremmo mai portato frutto di vita senza la «Pioggia» mandata liberamente dall’alto.
Il lavacro battesimale con l’azione dello Spirito Santo ci ha unificati tutti nell’anima e nel corpo in quell’unità che preserva dalla morte.
Lo Spirito di Dio discese sopra il Signore come Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza e di pietà, Spirito del timore di Dio (cfr. Is 11, 2).
Il Signore poi a sua volta diede questo Spirito alla Chiesa, mandando dal cielo il Paràclito su tutta la terra, da dove, come disse egli stesso, il diavolo fu cacciato come folgore cadente (cfr. Lc 10, 18). Perciò è necessaria a noi la rugiada di Dio, perché non abbiamo a bruciare e a diventare infruttuosi e, là dove troviamo l’accusatore, possiamo avere anche l’avvocato.
Il Signore affida allo Spirito Santo quell’uomo incappato nei ladri, cioè noi. Sente pietà di noi e ci fascia le ferite, e dà i due denari con l’immagine del re. Così imprimendo nel nostro spirito, per opera dello Spirito Santo, l’immagine e l’iscrizione del Padre e del Figlio, fa fruttificare in noi i talenti affidatici perché li restituiamo poi moltiplicati al Signore.

Icona della discesa dello Spirito Santo
(Икона Сошествие Святого Духа)
Nevyansk, 1894 - Museo Regionale di Sverdlovsk, Ekaterinburg

martedì 15 maggio 2012

Lo Spirito è vincolo di unità nel corpo mistico di Cristo

Dal «Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo d’Alessandria, vescovo
(Lib. 11, 11; PG 74, 559-562)

Secondo san Paolo quanti comunichiamo alla santa umanità del Cristo, veniamo a formare un sol corpo con lui. Presenta così questo mistero di amore: «Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i gentili cioè sono chiamati in Cristo Gesù a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della promessa» (Ef 3, 5-6). Se tutti tra di noi siamo membra dello stesso corpo in Cristo e non solo tra di noi, ma anche con colui che è in noi per mezzo della sua carne, è evidente che tutti siamo una cosa sola sia tra noi che in Cristo. Cristo infatti è vincolo di unità, essendo egli al tempo stesso Dio e uomo.
Quanto all’unione spirituale, seguendo il medesimo ragionamento, diremo ancora che noi tutti, avendo ricevuto un unico e medesimo Spirito Santo, siamo, in certo qual modo, uniti sia tra noi, sia con Dio. Infatti, sebbene, presi separatamente, siamo in molti, e in ciascuno di noi Cristo faccia abitare lo Spirito del Padre e suo, tuttavia unico e indivisibile è lo Spirito. Egli con la sua presenza e la sua azione riunisce nell’unità spiriti che tra loro sono distinti e separati. Egli fa di tutti in se stesso un’unica e medesima cosa.
La potenza della santa umanità del Cristo rende concorporali coloro nei quali si trova. Allo stesso modo, credo, l’unico e indivisibile Spirito di Dio che abita in tutti, conduce tutti all’unità spirituale.
Perciò ancora san Paolo ci esorta: Sopportatevi a vicenda con amore, cercate di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti, ed è presente in tutti (cfr. Ef 4, 2-6). Infatti dimorando in noi un unico Spirito, vi sarà in noi un unico Padre di tutti, Dio, per mezzo del Figlio. Lo Spirito Santo riconduce all’unità con sé e all’unità vicendevole fra loro tutti quelli che si trovano a partecipare di lui. E tutti noi evidentemente siamo partecipi dello Spirito. Infatti abbiamo lasciato la vita animale e obbediamo alle leggi dello Spirito. In tal modo abbandoniamo la nostra vita, ci uniamo allo Spirito Santo, acquistiamo una conformità celeste a lui e veniamo trasformati, in certo qual modo, in un’altra natura. Perciò siamo chiamati non più uomini solamente, ma anche figli di Dio e uomini celesti. Siamo resi cioè partecipi della natura divina.
Tutti siamo una cosa sola nel Padre e Figlio e Spirito Santo: una cosa sola, dico, per l’identità della condizione, la coesione nella carità, la comunione alla santa carne di Cristo e la partecipazione dell’unico Spirito Santo.

LA PENTECOSTE
Avezzano, interno chiesa dello Spirito Santo

giovedì 10 maggio 2012

La speranza non va da sé

ICONA DEL CRISTO SALVATORE DI ANDREJ RUBLEV
Lettura dell'icona
La fede va da sé. La fede cammina da sola. Per credere non c’è che da lasciarsi andare, non c’è che da guardare. Per non credere, bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contraddirsi. Bloccarsi. Prendersi alla rovescia, mettersi a rovescio, tirarsi su. La fede è tutta naturale, è tutta andante, tutta semplice, che va e viene naturalmente, graziosamente. È una buona donna che si conosce, una vecchia buona donna, una buona vecchia parrocchiana, una buona donna della parrocchia, una vecchia nonna, una buona parrocchiana. Lei ci racconta le storie dei tempi andati, che sono successe nei tempi andati.

Per non credere, piccola mia, bisognerebbe coprirsi gli occhi e le orecchie. Per non vedere, per non credere.

La carità, malauguratamente, va da sé. La carità cammina tutta sola. Per amare il prossimo non c’è che da lasciarsi andare, non c’è che da guardare quanta desolazione. Per non amare il prossimo bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contraddirsi. Bloccarsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi alla rovescia, mettersi a rovescio. Tirarsi su. La carità è tutta naturale, tutta sorgente, tutta semplice, tutta alla mano. È il primo movimento del cuore. È quel primo movimento che è quello buono. La carità è una madre e una sorella.

Per non amare il prossimo, bambina, bisognerebbe coprirsi gli occhi e le orecchie.
A tanto gridare di desolazione.

Ma la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna essere felice, bisogna aver ottenuto, aver ricevuto una grande grazia.

È la fede che è facile ed è non credere che sarebbe impossibile. È la carità che è facile ed è non amare che sarebbe impossibile. Ma è sperare che è difficile.

(a bassa voce e vergognosamente)

E quel che è facile ed è la tendenza è disperare ed è la grande tentazione.

Charles Péguy

sabato 5 maggio 2012

La speranza, dice Dio, mi stupisce

Ma la speranza, dice Dio, ecco quel che mi stupisce.
Me stesso.
Questo è stupefacente.

Che quei poveri figlioli vedano come van le cose e che credano che domani andrà meglio.
Che vedano come va oggi e che credano che andrà meglio domani mattina.
Questo è stupefacente ed è davvero la più grande meraviglia della nostra grazia.
E ne sono stupito io stesso.
E bisogna che la mia grazia sia in effetti d'una forza incredibile.
E che sgorghi da una sorgente e come fiume inesauribile.
Da quella prima volta in cui sgorgò e dal suo primo sgorgare.
Nella mia creazione naturale e soprannaturale.
Nella mia creazione spirituale e carnale ed ancora spirituale.
Nella mia creazione eterna e temporale ed ancora eterna.
Mortale e immortale.
E questa volta, oh questa volta, da quella volta in cui sgorgò, come un fiume di sangue, dal fianco aperto di mio figlio.
Cosa bisogna che sia la mia grazia e la forza della mia grazia perchè questa piccola speranza, vacillante al soffio del peccato, tremante per tutti i venti, ansiosa per il minimo alitare, sia così invariabile, si mantenga così fedele, così diritta, così pura; e invincibile, e immortale, ed impossibile da estinguere; che questa piccola fiamma del santuario.
Che brucia eternamente dentro la lampada fedele.

Charles Péguy

La Speranza di Jacques Du Brœucq
Collégiale Sainte-Waudru de Mons (Belgio)

sabato 28 aprile 2012

Cristo ha sconfitto il padrone della morte

E il suo corpo vivifica coloro che comunicano con esso.
Dal «Commento sul vangelo di san Giovanni» di san Cirillo d’Alessandria, vescovo
(Lib. 4, 2; PG 73, 563-566)

Muoio, dice il Signore, per tutti, per vivificare tutti per mezzo mio. Con la mia carne ho redento la carne di tutti. La morte infatti morrà nella mia morte e la natura umana, che era caduta, risorgerà insieme con me.
Per questo infatti sono divenuto simile a voi, uomo, cioè della stirpe di Abramo, per essere in tutto simile ai fratelli. Ben comprendendo il progetto divino lo stesso san Paolo dice: «Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo» (Eb 2, 14). Infatti in nessun’altra maniera si sarebbe potuto distruggere chi aveva il potere della morte, e con lui la morte stessa, se non con il sacrificio di Cristo. Uno solo si è immolato per la redenzione di tutti, perché la morte regnava su tutti.
Cristo, offrendo se stesso a Dio Padre per noi come ostia immacolata, dice nel salmo: «Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero» (Sal 39, 7-9).
Fu poi crocifisso per tutti e a causa di tutti, perché, morto uno per tutti, viviamo tutti in lui. Infatti non poteva accadere che la vita per se stessa fosse sottoposta alla morte o soccombesse alla corruzione. Che Cristo, poi, abbia offerto la sua carne per la vita del mondo, lo sappiamo con certezza dalle sue parole: Padre santo, custodiscili (cfr. Gv 17, 11). E di nuovo: Per loro io santifico me stesso (cfr. Gv 17, 19). Santifico, dice, cioè: mi consacro e mi offro quasi ostia immacolata di soave odore. Veniva santificato infatti, veniva chiamato santo, secondo la legge, ciò che era offerto sull’altare. Cristo dunque diede il suo corpo per la vita di tutti e così di nuovo innestò in noi la vita.
Dopo che il Verbo vivificante di Dio abitò nella carne, la ristabilì nel suo bene, cioè nella vita. Stabilì con essa una comunione misteriosa e così la rese partecipe della sua stessa vita.
Perciò il corpo di Cristo vivifica coloro che comunicano con esso. Scaccia la morte dai mortali e la corruzione dai corruttibili in virtù di quella potenza rigeneratrice che porta sempre con sé.

martedì 24 aprile 2012

Cantiamo al Signore il canto dell’amore

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 34, 1-3. 5-6; CCL 41, 424-426)

«Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli» (Sal 149, 1). Siamo stati esortati a cantare al Signore un canto nuovo. L’uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il cantare è segno di letizia e, se consideriamo la cosa più attentamente, anche espressione di amore.
Colui dunque che sa amare la vita nuova, sa cantare anche il canto nuovo. Che cosa sia questa vita nuova, dobbiamo saperlo in vista del canto nuovo. Infatti tutto appartiene a un solo regno: l’uomo nuovo, il canto nuovo, il Testamento nuovo. Perciò l’uomo nuovo canterà il canto nuovo e apparterrà al Testamento nuovo.
Non c’è nessuno che non ami, ma bisogna vedere che cosa ama. Non siamo esortati a non amare, ma a scegliere l’oggetto del nostro amore. Ma che cosa sceglieremo, se prima non veniamo scelti? Poiché non amiamo, se prima non siamo amati. Ascoltate l’apostolo Giovanni: Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4, 10).
Cerca per l’uomo il motivo per cui debba amare Dio e non troverai che questo: perché Dio per primo lo ha amato. Colui che noi abbiamo amato, ha dato già se stesso per noi, ha dato ciò per cui potessimo amarlo.
Che cosa abbia dato perché lo amassimo, ascoltatelo più chiaramente dall’apostolo Paolo: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori» (Rm 5, 5). Da dove? Forse da noi? No. Da chi dunque? «Per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5).
Avendo dunque una sì grande fiducia, amiamo Dio per mezzo di Dio. Ascoltate più chiaramente lo stesso Giovanni: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Gv 4, 16).
Non basta dire: «L’amore è da Dio» (1 Gv 4, 7). Chi di noi oserebbe dire ciò che è stato detto: «Dio è amore»? Lo disse colui che sapeva ciò che aveva.
Dio ci si offre in un modo completo. Ci dice: Amatemi e mi avrete, perché non potete amarmi, se già non mi possedete.
O fratelli, o figli, o popolo cristiano, o santa e celeste stirpe, o rigenerati in Cristo, o creature di un mondo divino, ascoltate me, anzi per mezzo mio: «Cantate al Signore un canto nuovo».
Ecco, tu dici, io canto. Tu canti, certo, lo sento che canti. Ma bada che la tua vita non abbia a testimoniare contro la tua voce.
Cantate con la voce, cantate con il cuore, cantate con la bocca, cantate con la vostra condotta santa. «Cantate al Signore un canto nuovo».
Mi domandate che cosa dovete cantare di colui che amate? Parlate senza dubbio di colui che amate, di lui volete cantare. Cercate le lodi da cantare? L’avete sentito: «Cantate al Signore un canto nuovo». Cercate le lodi? «La sua lode risuoni nell’assemblea dei fedeli».
Il cantore diventa egli stesso la lode del suo canto.
Volete dire le lodi a Dio? Siate voi stessi quella lode che si deve dire, e sarete la sua lode, se vivrete bene.

domenica 22 aprile 2012

Ci raduniamo tutti nel giorno del Sole...

La celebrazione dell’Eucaristia nel racconto di San Giustino di Nablus, martire del II secolo. Il brano è tratto dalla Prima Apologia a favore dei cristiani.
(Cap. 66-67; PG 6, 427-431)

San Giustino martire
A nessun altro è lecito partecipare all’Eucaristia, se non a colui che crede essere vere le cose che insegniamo, e che sia stato purificato da quel lavacro istituito per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e poi viva così come Cristo ha insegnato.
Noi infatti crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per l’intervento del Verbo di Dio. Si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Così crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da lui, quel cibo che, trasformato, alimenta i nostri corpi e il nostro sangue, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo.
Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù ha comandato così: Preso il pane e rese grazie, egli disse: «Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo». E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie, disse: «Questo è il mio sangue» e lo diede solamente a loro.
Da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee e chi di noi ha qualcosa, soccorre tutti quelli che sono nel bisogno, e stiamo sempre insieme. Per tutto ciò di cui ci nutriamo benediciamo il creatore dell’universo per mezzo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo.
E nel giorno, detto del Sole, si fa l’adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna convengono nello stesso luogo, e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti per quanto il tempo lo permette.
Poi, quando il lettore ha finito, colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione che incitano a imitare gesta così belle.
Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere e, finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e il popolo acclama: Amen! Infine a ciascuno dei presenti si distribuiscono e si partecipano gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi.
Alla fine coloro che hanno in abbondanza e lo vogliono, danno a loro piacimento quanto credono. Ciò che viene raccolto, è deposto presso colui che presiede ed egli soccorre gli orfani e le vedove e coloro che per malattia o per altra ragione sono nel bisogno, quindi anche coloro che sono in carcere e i pellegrini che arrivano da fuori. In una parola, si prende cura di tutti i bisognosi.
Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del Sole, sia perché questo è il primo giorno in cui Dio, volgendo in fuga le tenebre e il caos, creò il mondo, sia perché Gesù Cristo nostro Salvatore risuscitò dai morti nel medesimo giorno. Lo crocifissero infatti nel giorno precedente quello di Saturno e l’indomani di quel medesimo giorno, cioè nel giorno del Sole, essendo apparso ai suoi apostoli e ai discepoli, insegnò quelle cose che vi abbiamo trasmesso perché le prendiate in seria considerazione.

domenica 15 aprile 2012

Padre Fiorenzo Viviani è tornato alla Casa del Padre

Un "capolavoro di Dio" che ha guardato con gli occhi estasiati di un bimbo “quanto è buono il mio Signore”, e ora contempla il suo Volto e canta in eterno il "dono".

Padre Fiorenzo Viviani
Immagine dal sito "Dio ama anche me", dedicato a Fiorenzo


Dopo i giorni della Pasqua di Resurrezione, il 13 aprile alle ore 2.00 a Lucca, il suo cuore ha ballato di gioia l’ultimo ritmo terreno, ed ora vive nella luce di Dio, dove canta senza fine la bontà del Signore. Padre Fiorenzo Viviani, lucchese di nascita, l’ho conosciuto negli anni settanta a Fiumara di Muro, alle pendici dell’Aspromonte, in Calabria. Monaco contemplativo, è vissuto per un lungo periodo in quel angolo remoto di mondo, in un ex convento di cappuccini, che aveva trasformato in un Eremo, una casa di preghiera e di ritiro assai frequentata da gruppi giovanili, religiosi, uomini e donne alla ricerca di sé stessi e di Dio. Ero nella sua cella per un colloquio spirituale la notte del 6 agosto 1978, quando fummo interrotti da una telefonata. Un amico gli comunicava la morte del Santo Padre Paolo VI, che aveva conosciuto come vescovo della chiesa ambrosiana quando “operava” a Milano, prima di migrare in Calabria… Lo amava molto e, alla notizia della sua morte, la prima reazione fu un sussulto di gioia: il Santo Padre aveva terminato la sua corsa verso il Volto di Dio… Passammo la notte a pregare per lui nel “deserto” dell’Eremo… e arrivarono anche le lacrime, ed erano lacrime di commozione e di gratitudine per il grande dono che la Chiesa aveva ricevuto nella persona di quel Padre veramente “Santo”. Sono le stesse lacrime che piango ora, mentre apprendo la notizia della morte di Fiorenzo… E rendo grazie al Signore per il dono di un "Santo" che ci ha insegnato a contemplare la tenerezza del Volto misericordioso di Dio… Alleluia!

TESTAMENTO
di Padre Fiorenzo Viviani
(testo del 1983)

(Abbozzo di testamento nel caso che… arrivasse come un ladro e non riuscissimo, né io né te, a finire il libro).

Vorrei lasciare un messaggio di gioia, vorrei cantare la vita, mentre attendo con Cristo “sorella morte”.

“Canterò in eterno la bontà di del Signore”.

L’ho cantata ogni giorno, cogliendone i “segni” di mano in mano che la luce di Cristo penetrava tutto il mio mondo.
Ho guardato con gli occhi estasiati di un bimbo “quanto è buono il mio Signore”.

Ora che sto per calare nella terra a marcire, voglio cantare con la gioia di un seme fecondato dallo Spirito:

“Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”

Davanti al volto di Dio, che presto vedrò, voglio cantare il mio credo.
Credo che Dio mi ha amato fin dall’eternità, mi ha pensato, mi ha desiderato, mi ha voluto, mi ha tessuto nel seno di mia madre e mi ha donato una vita stupenda da giocare alla ricerca del suo volto.
Ed è verso quel volto che io corro.

Mi ha tratto dal fango e dal fango ho provato, nel tempo, schifo, amarezza, nausea, grido.
È sul mio fango che si è posato lo sguardo di Dio, e l’Amore ha accolto il mio grido e si è chinato fino al mio abisso, così che ho potuto contemplare nel Cristo fratello, piagato per me, il Volto di Dio.
Solo così ho potuto amare lo stesso mio fango, perché amato da Dio.

Nessuno ha peccato quanto me.
La debolezza della mia carne mi ha inflitto ferite terribili, mai risanate, ma non ho mai fatto pace con il peccato.
E quando il peccato è diventato il “bulino” di Dio per la mia anima, ho pianto e camminato nella pace, sapendo che per “coloro che amano Dio, tutto coopera in bene”; anche il peccato.

Ho provato la tentazione di negare l’amore di Dio, quando mi è sembrato sordo al mio grido, ma è stato meraviglioso capire che il suo cuore è più grande del nostro peccato e che di “grazia” voleva saziarmi, perché annunziassi senza fine la sua misericordia ai fratelli.
La fragilità della mia carne era scelta da Dio, perché in me tutto cantasse la sua bontà.

Ho portato le conseguenze del mio peccato incise nella mia carne come la croce di ogni giorno, perché sofferta e offerta. Per questo ringrazio Dio di ogni mia caduta.

Con la mia chitarra scordata, dalle corde rabberciate, Lui ha saputo trarre, con mano d’artista, note meravigliose.

Ho sempre atteso che Dio compisse la sua opera col fuoco dello Spirito.

Ho resistito, ho pianto, ma ho voluto abbandonarmi sempre più come fango in mano al vasaio. Così, la mia vita è diventata danza.
Sempre più liberato, mi sono trovato nudo, ma sempre più capace di amare tutto e tutti.
Mentre Dio frantumava il mio cuore, mi donava il suo, dalle vibrazioni infinite, dolcissime e tremende.
Purificato da molte lacrime, ho conosciuto la disperazione e la speranza. E Dio ha dato capacità al mio cuore di dilatare le sue pareti fino a sintonizzare, nella gioia e nel dolore, con quanti bussano alla mia porta.

Ho nuotato, come un bambino, nel liquido amniotico dell’Amore trinitario: nutrito, vezzeggiato, amato, ed ho cantato: “Dio mi ama” per tutta la vita, con un solo desiderio: nascere e vedere il volto di Dio.
Ed ora che, sia pure nel travaglio di un parto doloroso, si avvicina il momento in cui vedrò il volto di Dio, sento il cuore ballare di gioia l’ultimo suo ritmo terreno.

“Canterò senza fine la bontà del Signore”.
Canterò il “dono”.

Per me tutto è stato un meraviglioso dono.
Dono l’immane fatica dello Spirito per svuotarmi di un “io” carnale e riempirmi d’amore, che è già paradiso. Sono felice, perché ho creduto al dono…

Padre Fiorenzo Viviani

Fiorenzo Viviani, Dio ama anche me, Padova 1983, p. 7 - 9

sabato 7 aprile 2012

Χριστός Ανέστη εκ νεκρών
Cristo è risorto dai morti!

Anastasis, S. Salvatore in Chora
Lettura dell'affresco

“Ho visto il Signore!” È il grido di una peccatrice che ha atteso piangendo quell’alba.
E poi Pietro che corre, e Giovanni… e ora tu!
Anche tu hai visto il Signore. Dopo il pianto e la morte ti ha donato la “pace” penetrando il tuo cuore, ormai vuoto di tutto.
È lui, “ è il Signore”, che ti attrae verso mete impossibili, come Pietro cammina sull’onde. È lui, il Signore, che ti chiede se l’ami, che ti invita a mangiare alla mensa della gioia perenne il pesce del miracolo e della comunione fraterna.
“Non essere incredulo!”. Non cercare altri segni. Grida in fondo al tuo cuore: “Mio Signore e mio Dio”! E sarai beato.
Per lui tutto è passato: il peccato di oggi, come quelli di ieri; legge solo nei tuoi occhi spalancati di gioia i bagliori di quell’alba.
Abbi fede. Se il timore ti assale per la tua debolezza, grida: “Resta, Signore, ho paura alla sera…!” Conversando con lui sentirai ardere il cuore nel petto. Ed il fuoco del suo Spirito penetrerà nel tuo cuore con l’incandescenza della luce e ti spronerà a cantare sui tetti l’“Alleluia” della pace, del perdono, dell’amore.
Non ci sono più barriere, né massi, né mura, né porte, per un uomo risorto.
Esci e canta: “Alleluia”.

Gesù mio, la gioia di oggi mi fa dimenticare tutto: la croce di ieri, l’angoscia, forse, di domani.
Ti contemplo vincitore del peccato e della morte e guardo quel sudario piegato come un bambino gioisce per la potenza di suo papà.
Mio fratello, mio amico, io non ho più paura perché ho scoperto che se risponderò “sì” alla tua richiesta d’amore, troverò la “perfetta letizia” che impregna di pace il rimorso, l’incomprensione, la miseria, il dolore e sa mettere anche sulle labbra della morte un sorriso pieno di speranza.
“Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo”. Lo so che questo amore mi porterà dove la mia carne non vuole, ma ho fiducia in te e ti seguo perché tu mi hai chiamato.
L’alleluia di oggi non si spenga mai nel mio cuore, alimentato dal dono del tuo Spirito così che io passi tra i fratelli coma fiaccola accesa ad incendiare la terra con un solo desiderio: consumarsi cantando: “Cristo è risorto”. Sarà tutto un coro di fratelli che pellegrinanti sulla terra, tutto donando, tutto animeranno spargendo ovunque i “semi” della tua risurrezione. Noi, “gli ultimi”, gli “stolti” nel mondo, come i tuoi giullari canteremo la libertà, la speranza, l’amore. Sarà nostro spartito: il cielo con i suoi astri, la terra con i suoi fiori e i suoi frutti, il cinguettare degli uccelli e il canto di tutto il creato.
Ora, che hai ucciso la paura del peccato e della morte, dove maggiore è il dolore, la miseria, la prova, conducimi Gesù con la potenza del tuo Spirito.
Gli occhi rivolti a te, seduto alla destra del Padre, Via e meta del nostro andare, “già e non ancora” vivremo la gioia del nostro meraviglioso “cammino”.
Alleluia in eterno.

Padre Fiorenzo Viviani

Fiorenzo Viviani, Camminando con Gesù, Padova 1982, p. 64-66

La discesa agli inferi di Cristo

Il racconto dell'evento in un'antica « Omelia sul Sabato Santo ». Ogni cristiano, mediante il battesimo, è unito misticamente a Cristo nella sua morte e sepoltura, nella sua discesa agli inferi, e nella sua resurrezione.
(PG 43, 439. 451. 462-463)

Discesa agli inferi
Icona di Iulia Tarciniu Balan
Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.
Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.
Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi, mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura.
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.
Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.
Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».

Gesù deposto nel sepolcro

“Lo deposero in un sepolcro scavato nella roccia; lo avvolsero…”.
(Lc 23,53)

Compianto sul Cristo morto, Sinai
Ora che il temporale ha disperso gli spettatori di una tragedia inconsueta, ora che ognuno è rientrato nelle propria routine, un mesto corteo di intimi, disfatti dall’angoscia, dal dubbio, dalla sconfitta, trasporta alla sepoltura l’amore cadavere.
Lavato, profumato, imbalsamato perché non si corrompa; ora non ha che il volto di un sudario bianco come una pagina vuota.
Era Gesù. Si era detto Messia. Aveva fatto del bene; parlato come nessuno lo aveva fatto mai; amato come nessuno; sferzato come nessuno; lottato come nessuno; sofferto come nessuno; ma ora… come tutti finito.
La rigidità della morte; una pietra ad ostruire la tomba ed il silenzio; una madre che piange come solo le madri sanno fare per la morte del figlio; il suo unico figlio; l’Amico e gli amici…
Sarà il tempo a lenire la perdita orribile che ha rubato, in un attimo, e cuore e anima e fede. La vita è così! Col ritorno del sole, di domani o d’estate, anche il volto, che ora è impresso nel cuore con i suoi occhi dolcissimi e vivi, quel suo andare deciso e sicuro, il sorriso profondo e totale… sarà solo un ricordo sempre più nebuloso e irreale. È finita!
Le guardie? Temono uno scherzo, un imbroglio. C’è ben altro nel cuore! Non si scherza quando il cuore è morente, non si imbroglia quando tutto è ormai morto.
Al di là di quel masso, sulla pietra, giacciono tutti i tesori, i motivi di vita: mescolati agli aromi, la virtù, la bontà, la giustizia, l’amore. Al di qua? La tragedia è diventata commedia. Ognuno ha ripreso a cantare la canzone bugiarda della vita, a fingersi onesto, giusto, libero, mentre nel cuore sente che la libertà è chiusa con sigilli in quel sepolcro, che guardie pagane e prezzolate custodiranno forse per sempre.

Gesù, amico fedele, quel masso mi opprime. È la parola “fine” che uccide la speranza.
Ci sono momenti in cui anche la croce non pesa più: i chiodi hanno cessato di giocare nei nervi la ridda del dolore ed un torpore totale funereo invade tutto: corpo e anima. Nulla ha più senso, come se la vita, la gioia, fossero al di là del masso del fallimento. Immobile nella propria nudità lacerata, nel buio profumato di pietà, l’attesa è solo fede, la vita è desiderio, l’amore sembra utopia… Ho paura!
Mi hai creato per la luce e mi lasci nel buio, mi hai dato la vita e mi trovo cadavere, mi hai dato un cuore per cantare ed è annegato nel pianto, mi hai posto nell’Eden a danzare la gioia vestita di cielo; e bendato, immobile giaccio sulla terra fredda…
C’è un sigillo infuocato su tutto ed ha un nome orribile: colpa.
Capolavoro fallito, con i segni spietati di un’opera devastatrice che ha per figlia la morte.
Eppure, mio Gesù, io amo quest’antro dai silenzi eloquenti, in cui tutto è essenziale, vero, dove il “seme” marcisce ed esplode in spighe di pane.
La tua morte ha iniettato nel solco delle piaghe che la colpa mi ha inferto germi nuovi di vita, note dolci di canti beati… Verrà il sole e un tripudio di gemme, di fiori, di frutti, dopo il buio della carne ferita irrorata di pianto.
O Gesù, rivestimi del candido lino che ti avvolse sepolto e così io rimanga fintanto che scompaia il mio “io” e il tuo volto sia leggibile in me: Non sia più io che viva, ma tu.

Padre Fiorenzo Viviani

Fiorenzo Viviani, Camminando con Gesù, Padova 1982, p. 60-62

venerdì 6 aprile 2012

Gesù muore sulla croce

“Padre, tutto è compiuto. Nelle tue mani raccomando il mio spirito”.
(Gv 19,30; Lc 23,46)

Crucifixo do Mosteiro dos Jerónimos – Lisboa
Immagine protetta da copyright
Si è atteso fino all’ultimo che qualche cosa avvenisse di grandioso, di spettacolare. Se un corpo putrefatto, come quello di Lazzaro, si era rianimato, sotto l’impasto degli aromi e delle fasce, per la sua parola, sarebbe stato più facile rivivificare un giovane corpo dissanguato, lacerato, ma vivo ancora, in preda alle torture di una resistenza agonica, capace di parlare, di perdonare, di amare… Ed invece una preghiera, un grido e la fine. È morto.
Che importa se il sole si oscura e la terra trema ed il cielo sembra piangere le lacrime che gli uomini non sanno versare. Poesia. Caso. Gesù di Nazareth è morto. Il centurione ha immerso la lancia nel suo cadavere ed ora sembra che anche quella bocca gridi al male la sua vittoria. Ultimo sangue, ultima acqua di un battito che aveva suscitato tante speranze, sollevato tante utopie. Ora è cadavere tra cadaveri, non sembra avere altro da dire che la propria sconfitta. Un vinto che ha rubato il cuore di molti con il fascino della sua verità, con la bontà del suo gesto, con la dolcezza del suo intervento, con la forza della sua giustizia, ma che ora tutti sommerge nel rantolo della sua morte. Valeva la pena? Con lui ora è morta la speranza.
Il centurione, vistolo spirare, disse: « Veramente quest’uomo era Figlio di Dio ».
Colui che aveva salvato altri non volle salvare se stesso, per insegnarci la misura dell’amore: amare senza misura.

Gesù è davvero compiuta la tua opera. Il Padre ha posto la parola fine sul suo messaggio d’amore; e, mentre nelle sue mani tu abbandoni il tuo spirito, lui ti consegna a me come documento d’amore. Così il Padre mi ama: da sacrificare il Figlio per me.
Se tu fossi sceso dalla croce, alla mia domanda di “prova”, non avrei avuto la prova del tuo infinito amore; se tu non fossi morto io non avrei trovato, in questa donazione totale, il motivo della mia vita. Se ti fossi salvato io sarei perito precipitando nell’abisso della mia corruzione, nelle sabbie mobili delle mie scelte sbagliate.
E mi offri il tuo costato aperto per lavarmi dalle mie nefandezze, per dissetarmi con il tuo sangue, per rifugiarmi in un amore che non conosce l’infedeltà.
Gesù, “nelle tue mani raccomando il mio spirito”. Tu sei il capolavoro della mia carne: che io sia la luce del tuo Spirito.
Io ti guardo perché ti ho trafitto. Per ogni piaga, per ogni goccia del tuo sangue, il fuoco dell’Amore “segni” la mia vita con i sigilli del Golgota. Sulla pagina bianca del mio nulla, l’amore del padre imprima, con la potenza del tuo Spirito, la tua immagine, così che la pazzia della croce sia l’unica parola che io ascolti, legga, viva.
Nella tua morte io sono morto. Il tuo grido è richiamo per me che andavo cercando la vita. L’ho raccolto nella notte incombente ed ho avuto paura, ma ora, che ne ho tutta l’anima piena, sento che quel rantolo è un inno di vittoria; è un canto di gioia, e che lo Spirito danza nel tuo nome, liberato dalla carne piagata.
Dio mi ama e la vita è amore.

Padre Fiorenzo Viviani

Fiorenzo Viviani, Camminando con Gesù, Padova 1982, p. 56-58

L’analfabetismo religioso del nostro tempo

Dall’omelia pronunciata dal Santo Padre Benedetto XVI nella Santa Messa del Crisma
Basilica Vaticana, Giovedì Santo, 5 aprile 2012

Il Santo Padre alita sull'ampolla del crisma
“Nell’incontro dei Cardinali in occasione del recente Concistoro, diversi Pastori, in base alla loro esperienza, hanno parlato di un analfabetismo religioso che si diffonde in mezzo alla nostra società così intelligente. Gli elementi fondamentali della fede, che in passato ogni bambino conosceva, sono sempre meno noti. Ma per poter vivere ed amare la nostra fede, per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto; la nostra ragione ed il nostro cuore devono essere toccati dalla sua parola. L’Anno della Fede, il ricordo dell’apertura del Concilio Vaticano II 50 anni fa, deve essere per noi un’occasione di annunciare il messaggio della fede con nuovo zelo e con nuova gioia. Lo troviamo naturalmente in modo fondamentale e primario nella Sacra Scrittura, che non leggeremo e mediteremo mai abbastanza. Ma in questo facciamo tutti l’esperienza di aver bisogno di aiuto per trasmetterla rettamente nel presente, affinché tocchi veramente il nostro cuore. Questo aiuto lo troviamo in primo luogo nella parola della Chiesa docente: i testi del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica sono gli strumenti essenziali che ci indicano in modo autentico ciò che la Chiesa crede a partire dalla Parola di Dio. E naturalmente ne fa parte anche tutto il tesoro dei documenti che Papa Giovanni Paolo II ci ha donato e che è ancora lontano dall’essere sfruttato fino in fondo”.

giovedì 5 aprile 2012

Gesù è caricato della croce

“Presero dunque Gesù, il quale, portando lui stesso la croce, si diresse verso il luogo detto del cranio…”.
(Gv 19,17)

Jan van Hemessen, Christ Carrying the Cross, 1553

Un tronco da portare può non essere nulla per un carpentiere robusto e trentenne, ma, quel legno è un patibolo, quelle spalle sono piagate, quell’uomo è sfinito dall’angoscia, da una tristezza mortale. E quel legno è di più. È la goccia che spreme sangue dal cuore e lacrime dagli occhi infuocati. E l’andare della carne ferita è pesante, incerto, doloroso, segnato da urti, da avvilenti cadute.
C’è spettacolo intorno.
Sono morti gli osanna di ieri; è solo un vociare confuso di pietà e di disprezzo. Solo il cuore corre veloce sulla vetta del cranio, ma la carne pesante trova inciampi dovunque, cede, schianta, stramazza. E più alte si fanno le grida, le bestemmie, gli insulti: più pesante si fa quella croce…
Quel mare in tempesta, che ha mangiato pane sacro, non sa leggere l’offerta di un dono più grande fatto di debolezza, di lamenti, di cadute. È sazio di pane e di gioco, ha occhi ma non vede che non “c’è dolore uguale a quello”, “non c’è amore uguale a quello”.
Quella trave che passa è la sintesi di tutte le cecità o “il segno” che anche la debolezza è un valore, che anche la caduta può diventare amore, che anche un patibolo può essere fregio di gloria.
Bisogna avere il coraggio di “prenderlo” non sopportarlo, “amarlo” non odiarlo, “ricaricarlo” in spalla ogni volta che la debolezza cede… fino alla vetta.

O croce santa del mio Gesù! Tu sei il libro aperto della mia debolezza, su di te è scritta fibra per fibra la mia storia: dal seme all’arbusto, al tronco abbattuto, tagliato, reso patibolo.
Quante mani ti hanno sfiorato, sfrondato, carezzato, offeso…
Ora sei “Vessillo del Re”. Su te è stata inchiodata la morte, su te è stato versato il prezzo del riscatto. La tua storia è redenta. E quando verrà il Figlio dell’uomo, tu splenderai di luce e tutto in te sarà giudicato.
Ave, mia unica speranza. Abbracciandoti raccolgo ogni fibra del mio essere, della mia storia, tutte le gioie che l’hanno resa fiorita nei giorni di primavera, gli aculei pungenti dei freddi inverni, i colpi d’ascia delle demolizioni devastatrici.
Tutto è grazia quando l’amore ti coinvolge nella sua storia. Tutto ha un senso se si ha il coraggio di attendere l’epilogo…
Voglio portarti passo passo fino alla vetta, sapendo che tu sarai dolore, caduta, angoscia, peso, ostacolo, disperazione, grido, patibolo… ma anche “condizione”, perché ciò che è “carne” muoia per un abbraccio universale di salvezza.
O mia croce nuda, scalpello del Padre passato da mano a mano per realizzare su questo povero tronco il capolavoro della passione, ti prendo sulle mie spalle perché so che qualcuno ti porta con me ogni giorno.

Padre Fiorenzo Viviani

Fiorenzo Viviani, Camminando con Gesù, Padova 1982, p. 32-34

martedì 3 aprile 2012

La flagellazione e la coronazione di spine

“Lo schernivano”
(Mt 27,29)

Gerard van Honthorst, The Mocking of Christ, circa 1617-1620

“Non trovo in lui nessun motivo di condanna” ed intanto lo abbandona ad una soldataglia scatenata che trova in Gesù lo sfogo di istinti sanguinari, odi repressi, zimbello di bassezze e di crudeltà.
Il flagello batte e ribatte sulla vittima con la violenza dell’odio e del sarcasmo e le spine di una corona da burla spillano sangue e dolore. Sembra una farsa ed è una tragedia. Non è un pagliaccio dal manto purpureo; è il figlio di Dio che scrive con la sua umiliazione il suo amore per me. È l’onnipotente che si fa impotenza, è l’innocente che si fa colpa per indicarmi le vie dell’amore e della misericordia.
Tanto amore, per chi ha offeso, può sembrare pazzia all’Erode che c’è in me, che chiamo amore la passione e uso le carezze lascive e non i flagelli. E non serve nascondere le lettere rosse di un amore martoriato, sotto “una veste splendente” per non leggere più e sentirmi a posto. Il sangue è sangue e a poco a poco farà affiorare le sue parole immortali.
La condanna c’è, nell’impotenza ad amare, nel fallimento d’amore, in un infinito bisogno d’affetti surrogato in uno sfogo occasionale, prostituivo, egoistico, avvilente.
Amare è donarsi, senza cercare nulla, oltre gli schemi della carne e del sangue, oltre le refrattarietà della passioni, ed ha un suo cammino segnato dai flagelli dell’incomprensione, del sarcasmo, della solitudine, del fallimento dell’impopolarità; ha le sue effusioni di sangue per un dono continuo totale di sé.
“Ecco l’uomo”. Quelle mani legate sono le più libere per un abbraccio universale.
E una verifica ed un invito per un lungo cammino.

O Gesù, questa tua nudità, scritta di sangue, è una condanna per me. Ho creduto di cantare l’amore offrendo il mio corpo in una danza frenetica, ebbro di forza, di muscoli, di passione o mi sono rifugiato a rivestirmi di un lutto morboso e dissacrante, quasi re vittorioso di ogni tabù o virtuoso becchino.
Ora guardo il tuo corpo libero, splendido, offerto ad amplessi casti e totali per “nozze di sangue”. La tua corona è davvero un diadema, il tuo straccio un manto regale, quella canna uno scettro.
Tu sei l’Uomo, tu sei l’Amore.
Esci senza colpa da un’orgia di colpe e misfatti, dall’abisso dell’egoismo e della sfrenatezza. A fronte alta con il tuo messaggio di purezza e di bontà scritto nelle tue membra e nei tuoi occhi purissimi.
Guardami, Gesù, e nascondimi nelle tue piaghe.
Ho un infinito bisogno d’amore e muoio di sete. Ho voluto leggere maestri blasfemi; ho battuto sentieri di ebbrezza e di morte; ora, voglio solo questo tuo libro eloquente di amore virile, forte, totale, vero.
Il flagello dei pagani si abbatterà sulla mia carne fino a “contare le mie ossa”, si burleranno di me e mi sputeranno in faccia ed io stesso sarò tentato di pietà fino a cercare lascivie come l’assetato pozzanghere… Vieni tu, con il libro del tuo portamento regale, ad indicarmi la via del cammino di sé, per una donazione che abbia tutti i carismi dell’amore, senza egoismi, senza parzialità, senza rimorsi, nella luce, nel fuoco di una ebbrezza che se passa per la carne è per sublimarla ad amplessi celestiali eterni.
Ho paura del dolore, Gesù, ma voglio l’Amore!

Padre Fiorenzo Viviani

Fiorenzo Viviani, Camminando con Gesù, Padova 1982, p. 28-30

lunedì 2 aprile 2012

Gesù davanti a Pilato
O Gesù o Barabba: “Crocifiggilo!”

(Mc 15,13)

Matthias Stomer, Cristo davanti a Pilato, XVII sec.
È certamente meno pericoloso un assassino come Barabba che un tipo come Gesù che ti chiede e corpo e anima ed esige che tu “rinneghi te stesso” in un’oblazione che va oltre ogni ignominia.
Che c’entra il potere civile; saprà sempre trovare il compromesso e se ne laverà le mani per pensare a sé; tanto meno c’entra la folla che ama lo spettacolo e sa variare i suoi atteggiamenti secondo l’emozione del momento fino a gridare “un bagno di sangue”.
Qui, sei in ballo tu.
Sei tu che devi scegliere, e la condanna non sarà senza il tuo voto determinante. Non puoi votare scheda bianca: o Cristo o Barabba.
Non puoi assentarti, rimandare, demandare…
È Cristo stesso che guardandoti ti interroga: “O con me o contro di me”; poi tace in attesa della tua risposta.
Non spaventarti se all’inizio, nella debolezza della passione, hai gridato con la folla: “Crocifiggilo”!
Non scoraggiarti di esserti macchiato del “sangue del giusto”.
Se riconosci che in lui non c’è “nulla che sia degno di morte”, inginocchiati, piangi, e lascia che le sue mani “legate” ti sciolgano dal tuo peccato e seguilo portando la croce del tuo rimorso, della tua insicurezza, della tua paura “da lontano”. Sarà lui a trascinarti nella scia della sua sequela riservata agli intimi che vorranno bere con lui il calice della passione fino all’ultima goccia.
O urlanti di rabbia e di odio in una folla volubile e omicida, o con Gesù, l’Amore condannato e innocente, mai più solo, lungo un cammino arduo ed esaltante che ha per meta un “regno che non è di questo mondo”.

O mio Re, ho cercato di sbarazzarmi di te che mi offrivi il tuo “giogo soave” e mi sono trovato travolto da una turba insensata di passioni umilianti, di interessi blasfemi, di affetti banali… Ed ho scelto Barabba per sentirmi uomo, aggiornato, senza complessi, senza tabù, per essere leader e salvezza…
E sono stato travolto in un “crocifiggilo” che inchiodava la verità, la libertà, la virtù, la gioia, l’uomo.
Non posso, ora, che ho coscienza del mio peccato e della catastrofe di coloro che mi hanno seguito, lavarmi le mani per tanto misfatto. “Cada il tuo sangue su me e sui miei figli”, non come condanna ma come bagno di purificazione e di salvezza. Il Barabba che c’è in me e che circola libero ridendosi della tua passione incontri il tuo sguardo d’amico e ti segua. Se incontrerà la tua carezza, sarà disarmato. Ha bisogno di te o la libertà diventerà disperazione, odio, strage. Eccomi ai tuoi piedi: li lavo di lacrime. Ma, come condurti tutti coloro che ho riempito di vuoto, di volgarità, di parole blasfeme, tutte le mani che ho armato, tutti i Barabba che ho liberato…
Il grido d’odio che si leva contro di te è a me che è diretto.
Io devo, voglio essere il condannato, il crocifisso… per continuare nel mio corpo la tua passione per coloro che mi sono stati fratelli nel peccato, perché ora, lo siano nella grazia.
Gesù, è una turba che ti invoca nella mia voce.
Credo che tu sei Re.
Accettami cittadino di un regno che non è di questo mondo per il quale in te siamo nati.
Non ti chiediamo di difenderci dai soprusi del potere, vogliamo solo essere carichi del tuo “peso lieve” e tuoi sudditi perseguitati e felici in un servizio d’amore.

Padre Fiorenzo Viviani

Fiorenzo Viviani, Camminando con Gesù, Padova 1982, p. 24-26

domenica 1 aprile 2012

Il Grande Canone penitenziale di Sant'Andrea di Creta

Un grande canto alla misericordia e alla bontà di Dio, manifestata in Cristo.

Le Chiese di tradizione bizantina durante la prima settimana della grande Quaresima, all'ufficiatura dell'apodipnon (compieta) cantano diverse parti del cànone penitenziale di sant'Andrea di Creta. Vissuto tra il 660 ed il 740, Andrea scrisse questo testo che è un grande canto alla misericordia e alla bontà di Dio, manifestata in Cristo, canto che è frutto di una lettura, di una vera lectio divina di tutta la Sacra Scrittura. Si tratta di un testo assai lungo, molto profondo e bello, non sempre facile, a cui sono stati aggiunti più tardi dei tropari su santa Maria Egiziaca e sullo stesso sant'Andrea di Creta.
Il testo è formato da nove odi che seguono i nove cantici biblici - otto dall'Antico Testamento e due dal Nuovo - che fanno parte del mattutino bizantino. Il primo dei tropari di ognuna delle odi dà il collegamento cristologico o ecclesiologico del testo stesso: "Fa’ attenzione, o cielo, e parlerò, e celebrerò il Cristo, venuto dalla Vergine nella carne… Rafforza, o Dio, la tua Chiesa, sull’inamovibile roccia dei tuoi comandamenti… Ha udito il profeta della tua venuta, o Signore, e ha avuto timore, ha udito che nascerai dalla Vergine e ti mostrerai agli uomini, e diceva: Ho udito il tuo annunzio e ho avuto timore; gloria alla tua potenza."

Lungo le nove odi troviamo l'evolversi di diversi temi biblici, ad iniziare da quelli veterotestamentari per passare nella stessa ode a quelli del Nuovo Testamento: il tema di Adamo ed Eva e di Caino ed Abele e quindi quello del Figlio prodigo e del Buon Samaritano (I ode): "Avendo emulato nella trasgressione Adamo, il primo uomo creato, mi sono riconosciuto spogliato di Dio, del regno e del gaudio eterno, a causa del mio peccato… Ahimè, anima infelice! Perché ti sei fatta simile alla prima Eva? …hai toccato l’albero e hai gustato sconsideratamente il cibo dell’inganno… Cadendo con l’intenzione nella stessa sete di sangue di Caino, sono divenuto l’assassino della mia povera anima… Consumata la ricchezza dell’anima con le dissolu­tezze, sono privo di pie virtú, e affamato grido: O padre di pietà, vienimi incontro tu con la tua compas­sione… Sono io colui che era incappato nei ladroni, che sono i miei pensie­ri, mi hanno riempito di piaghe: vieni dunque tu stesso a curarmi o Cristo Salvatore". Ancora nella II ode troviamo il tema del peccato di Adamo ed Eva, assieme alle figure del pubblicano e della prostituta: "Ho oscurato la bellezza dell’anima con le voluttà passionali, e ho ridotto totalmente in polvere il mio intelletto. Ho lacerato la mia prima veste, quella che ha tessuta per me il Creatore… Ho indossato una tunica lacerata, quella che mi ha tessuto il serpente col suo consiglio, e sono pieno di vergogna. Anch’io ti presento, o pietoso, le lacrime della meretrice: siimi propizio, o Salvatore, nella tua amorosa compassione… Anche le mie lacrime accogli, o Salvatore, come unguento. Come il pubblicano a te grido: Siimi propizio, o Salvatore, siimi propizio!".

Le odi III e IV sviluppano il tema della fede di Abramo, la scala di Giacobbe, la figura di Giobbe, e assieme presentano la Croce come il luogo dove Cristo rinnova la natura decaduta dell'uomo: "Ho imbrattato il mio corpo, ho macchiato lo spirito, sono tutto pieno di piaghe; ma tu, o Cristo medico, curami spirito e corpo con la penitenza, bagnami, purificami, lavami: rendimi piú puro della neve… Crocifisso per tutti, hai offerto il tuo corpo e il tuo sangue, o Verbo: il corpo per riplasmarmi, il sangue per lavarmi; e hai emesso lo spirito, per portar­mi, o Cristo, al tuo Genitore… Hai operato la salvezza in mezzo alla terra… per tuo volere sei stato inchio­dato sull’albero della croce e l’Eden che era stato chiuso, si è aperto… Sia mio fonte battesimale il sangue del tuo costa­to, e bevanda l’acqua di remissione che ne è zam­pillata… e venga unto, bevendo come crisma e bevanda, la tua vivi­ficante parola, o Verbo". Le odi V, VI e VII contemplano l­'esperienza di deserto e di infedeltà del popolo e dei re di Israele, ed anche Cristo che guarisce e salva: "Per me, tu che sei Dio, hai assunto la mia forma; hai operato prodigi, sanando lebbrosi, raddriz­zando paralitici, arrestando il flusso del sangue in colei che ti toccava la frangia del vestito, o Salvatore.. Imita, o anima, colei che era curva fino a terra: accòstati, gèttati ai piedi di Gesú, perché egli ti raddrizzi e tu cammini diritta per i sentieri del Signo­re". Nell'ottava ode troviamo presentati i grandi penitenti dell'Antico e del Nuovo Testamento: "Hai sentito parlare, o anima, dei niniviti, della loro peniten­za in sacco e cenere davanti a Dio: tu non li hai imita­ti, ma sei stata piú stolta di tutti coloro che hanno pec-cato prima e dopo la Legge… Come il ladrone, grido a te: Ricòrdati! Come Pietro, piango amaramente; perdonami, Salvatore, a te io grido come il pubblicano; piango come la meretri­ce: accogli il mio gemito, come un tempo quello della cananea".

Infine dopo tutti gli esempi e i modelli dell'Antico Testamento, Andrea di Creta nell'ode IX - che è quella che prevede anche i cantici di Zaccaria e di Maria di Lc 1-, presenta tutto il mistero salvifico di Cristo stesso che annunzia la Buona Novella, che guarisce, che chiama l'umanità per seguirlo, che salva: "Ti porto gli esempi del Nuovo Testamento, o anima, per indurti a compunzione: Cristo si è fatto uomo per chiamare a penitenza ladroni e prostitute… Cristo si è fatto bambino secondo la carne per conversare con me, e ha compiuto volontariamente tutto ciò che è della natura, eccetto il peccato… Cristo ha salvato i magi, ha convocato i pastori, ha reso martiri folle di bimbi… Il Signore, dopo aver digiunato quaranta giorni nel deserto, infine ebbe fame, mostrando cosí la sua umanità… Cristo raddrizzò il paralitico, risuscitò giovani defunti… Il Signore guarí l’emorroissa che gli toccò la frangia, purificando lebbrosi e illuminando ciechi; fece pure camminare gli zoppi… perché tu potessi salvarti, anima infelice… Guarendo le malattie, Cristo, il Verbo, ha evangeliz­za­to i poveri… Il pubblicano si è salvato e la prostituta è dive­nu­ta casta…".
Il testo del grande cànone di Andrea di Creta è un racconto di tutta la storia della salvezza adoperata da Dio verso ognuno di noi: "Ti ho presentato, o anima, il racconto dell’inizio del mondo scritto da Mosè, tutta la Scrittura che ci viene da lui e che ti narra di giusti e ingiu­sti… Ti porto gli esempi del Nuovo Testamento, o anima, per indurti a compunzione: emula dunque i giusti, distogliti dai peccatori e renditi propizio Cristo con preghiere e digiuni, con castità e decoro". Si tratta di un testo che ci mette davanti i diversi aspetti con cui la Chiesa lungo la Quaresima ci confronta, cioè la mi­sericordia di Dio e quindi per mezzo di essa il nostro cammino di ritorno a Dio, avendo Cristo stesso come pastore e come guida, Lui che porta per mano Adamo verso Eva, che prende la mano di Pietro che affonda nelle acque, che fa alzare il bambino epilettico guarito, e che finalmente il giorno di Pasqua prende di nuovo per mano Adamo ed Eva per fargli uscire dagli inferi e riportarli nel paradiso.

P. Manuel Nin osb (2011)
Pontificio Collegio Greco, Roma

Immagini: Canto del canone penintenziale di Sant'Andrea di Creta in una chiesa ortodossa di Mosca (2012)

Per il testo in italiano del canone clicca qui
Per l'ascolto integrale del canone in russo clicca qui

Domenica delle Palme
"Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele"

Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 9 sulle Palme; PG 97, 990-994)

Giotto, Ingresso a Gerusalemme
Cappella degli Scrovegni a Padova
Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza.
Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. È disceso dal cielo, per farci salire con sé lassù «al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare» (Ef 1, 21). Venne non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e nella spettacolarità, «Non contenderà», dice, «né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce» (Mt 12, 19). Sarà mansueto e umile, ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà.
Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere. Egli, che è la mansuetudine stessa, gode di venire a noi mansueto. Sale, per così dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell’ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo, diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a sé.
Egli salì verso oriente sopra i cieli dei cieli (cfr. Sal 67, 34) cioè al culmine della gloria e del suo trionfo divino, come principio e anticipazione della nostra condizione futura. Tuttavia non abbandona il genere umano perché lo ama, perché vuole sublimare con sé la natura umana innalzandola dalle bassezze della terra verso la gloria. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia, o meglio, di tutto lui stesso poiché quanti siamo stati battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo (cfr. Gal 3, 27) e prostriamoci ai suoi piedi come tuniche distese.
Per il peccato eravamo prima rossi come scarlatto, poi, in virtù del lavacro battesimale della salvezza, siamo arrivati al candore della lana per poter offrire al vincitore della morte non più semplici rami di palma, ma trofei di vittoria. Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele».

venerdì 30 marzo 2012

Gesù nell’orto degli ulivi

“Padre, se è possibile, passi da me questo calice… ma come vuoi tu”.
(Mt 26,39)

Gesù nell'orto degli ulivi
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Gesù è a terra: la visione di ciò che il Padre ha preparato per lui, espiazione del mio peccato, lo piomba in un’angoscia mortale…
E suda sangue.
E geme.
E implora: “Padre se è possibile!”.
Ha cercato, negli amici del cuore, comprensione e conforto; ma dormono, hanno una “loro” tristezza: ha gridato nella notte la sua paura, la sua ripugnanza al dolore, al tradimento, all’abbandono, all’incomprensione, alla morte, ma il cielo è muto e l’orto non ha che le risposte del vento che gioca fra gli ulivi e porta il canto dei grilli e il latrare dei cani lontani. Agonia e lotta e non c’è lotta senza sangue. Il cuore si dilata in un ritmo che il male universale tenta di sommergere ed è guardandomi ed è pesandomi che piange, sanguina e grida: “Padre, come vuoi tu! Purché sia salvo, purché sia perdonato” e “non si perda nessuno di quelli che mi hai affidato”. Mentre gli amici dormono, i nemici vegliano; un bacio, un abbraccio diventano insulto.
Che desolazione!
Tra i bagliori delle torce, chi sé svegliato di soprassalto dimentica in un attimo tutto e in nome dell’amico taglia l’orecchio al “più piccolo”, mentre chi non riesce a capire in un bacio che “amico” è amare al di là di ogni tradimento, dispera e si uccide.
Solo Gesù, che è l’amore, trova la “sua via” anche “nell’ora delle tenebre” e angosciato, sanguinante, spossato, tradito, solo… la segue. Sia fatta la tua volontà…

Gesù, amico mio tradito con mille baci, consegnato all’orda di plebaglie sacrileghe, perdonami i miei sonni, le ferite inflitte ai fratelli, anche in nome tuo, le mie disperazioni. Ora, nelle mie “tenebre” hai riversato la tua luce. Vedo nella notte i tuoi occhi, velati di lacrime e sangue, fissati su di me e mentre sorridi per questo momento di pentimento e di gratitudine pronunci il tuo “sì” che è invito e incoraggiamento a seguirli. Tu sanguini e implori perché hai di fronte a te il quadro orribile della tua passione, che vuoi, uno con la volontà del Padre; e nel tuo amore veli con la dolcezza del tuo cuore le asperità del mio cammino perché io non sia sopraffatto ma mi abbandoni fiducioso all’amore del Padre, fidandomi di te.
Ecco che il “sì” alla “valle tutta oscura”, mentre mi fa tremare e piangere per gli sradicamenti che sento, per i tradimenti che soffro, per il timore che mi assale e mi spaventa, diventa disponibile per i tuoi occhi, per il tuo sorriso, sicuro di te.
Ora che ti vedo piangere non mi vergogno delle mie lacrime, ora che ti vedo vacillare capisco la mia debolezza, ora che ti vedo sanguinare comincio a capire che fare la volontà del Padre è entrare in un ciclone d’amore che strappa ogni fronda e pota “perché rendiamo frutto”, perché spremiamo da tutta una vita una lacrima, come goccia d’acqua da offrire nel calice dell’amore che tu offri continuamente per noi.
Sia fatta la tua volontà.

Padre Fiorenzo Viviani
Fiorenzo Viviani, Camminando con Gesù, Padova 1982, p. 16-18

mercoledì 28 marzo 2012

Gesù Cristo prega per noi, prega in noi, è pregato da noi

Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo
(Salmo 85, 1; CCL 39, 1176-1177)

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Dio non poteva elargire agli uomini un dono più grande di questo: costituire loro capo lo stesso suo Verbo, per mezzo del quale creò l’universo. Ci unì a lui come membra, in modo che egli fosse Figlio di Dio e figlio dell’uomo, unico Dio con il Padre, un medesimo uomo con gli uomini.
Di conseguenza, quando rivolgiamo a Dio la nostra preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio, e quando prega il corpo del Figlio, esso non deve considerarsi come staccato dal capo. In tal modo la stessa persona, cioè l’unico Salvatore del corpo, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, sarà colui che prega per noi, prega in noi, è pregato da noi.
Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo, quindi, sia le nostre voci in lui, come pure la sua voce in noi. E quando, specialmente nelle profezie, troviamo qualche cosa che suona umiliazione, nei riguardi del Signore Gesù Cristo, e perciò non ci sembra degna di Dio, non dobbiamo temere di attribuirla a lui, che non ha esitato a unirsi a noi, pur essendo il padrone di tutta la creazione, perché per mezzo di lui sono state fatte tutte le creature.
Perciò noi guardiamo alla sua grandezza divina quando sentiamo proclamare: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto» (Gv 1, 1-3). In questo passo ci è dato di contemplare la divinità del Figlio di Dio, tanto eccelsa e sublime da sorpassare ogni più nobile creatura.
In altri passi della Scrittura, invece, sentiamo che egli geme, prega, dà lode a Dio. Ebbene, ci è difficile attribuire a lui queste parole. La nostra mente stenta a discendere immediatamente dalla contemplazione della sua divinità al suo stato di profondo abbassamento. Temiamo quasi di offendere Cristo se riferiamo alla sua umanità le parole che egli dice. Prima rivolgevamo a lui la nostra supplica, pregandolo come Dio. Rimaniamo perciò perplessi davanti a quelle espressioni e ci verrebbe fatto di cambiarle. Ma nella Scrittura non si incontra se non ciò che gli si addice e che non permette di falsare la sua identità.
Si desti dunque il nostro animo e resti saldo nella sua fede. Tenga presente che colui che poco prima contemplava nella sua natura di Dio, ha assunto la natura di servo. È divenuto simile agli uomini, e «apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte» (Fil 2, 7-8). Inoltre ha voluto far sue, mentre pendeva dalla croce, le parole del salmo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal 21, 1).
È pregato dunque per la sua natura divina, prega nella natura di servo. Troviamo là il creatore, qui colui che è creato. Lui immutato assume la creatura, che doveva essere mutata, e fa di noi con sé medesimo un solo uomo: capo e corpo.
Perciò noi preghiamo lui, per mezzo di lui e in lui; diciamo con lui ed egli dice con noi.

martedì 27 marzo 2012

Dio non ha creato il male

Adorno ha scritto che dopo Auschwitz - e io aggiungerei dopo Hiroshima e i Gulag - non si dovrebbero più comporre poesie. Credo che si possa, che si debba sempre comporne; credo che si possa, che si debba sempre parlare di Dio, ma forse in altro modo. Bisogna affermare che Dio non ha creato il male e che non lo ha nemmeno permesso. "Il volto di Dio gronda sangue nell'ombra", diceva Léon Bloy con un'espressione spesso citata da Berdjaev.
Il male, Dio lo riceve in pieno volto, come Gesù ricevette degli schiaffi quando aveva gli occhi bendati. Il grido di Giobbe non cessa di risuonare e Rachele piange i suoi figli. Ma la risposta a Giobbe è stata e rimane data: è la Croce. È Dio crocifisso su tutto il male del mondo, ma capace di far scoppiare nelle tenebre un'immensa forza di risurrezione. Pasqua è la Trasfigurazione nell'abisso. "Liberaci dal male" significa "Vieni, Signore Gesù", vieni, tu che sei già venuto per vincere l'inferno e la morte, tu che hai detto di aver visto "Satana cadere dal cielo come folgore" (Lc 10.18).
Questa vittoria è presente nella profondità della chiesa. Ne riceviamo la forza e la gioia ogni volta che ci comunichiamo. E se Cristo la tiene nascosta è perché vuole associarsi ad essa. "Liberaci dal male" è una preghiera attiva, una preghiera che ci impegna.
La chiesa intera è impegnata in questo combattimento finale, che non è per la vittoria ma per lo svelamento della vittoria: dai monaci che cercano il corpo a corpo con le potenze delle tenebre - facendo sì che i monasteri e gli eremi diventino come dei parafulmini per il mondo intero -, fino ai più umili tra di noi, timorosamente rannicchiati attorno alla croce di Cristo, che cercano pazientemente, giorno dopo giorno, di lottare contro tutte le forme del male, in noi, attorno a noi, nella cultura e nella società. Umili persone che rattoppano incessantemente il tessuto della vita, costantemente lacerato da colui che la Scrittura chiama "il Signore della morte".

Olivier Clément

lunedì 26 marzo 2012

Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine di Israele

(Ger 31, 4.)

Gesù dà fastidio. Ci si può imbottire di medicine per non fargli spazio, si può biascicare preghiere tutto il giorno per non ascoltarlo, ci si può drogare di azione per sfuggirlo, si può ridurlo ai nostri schemi tanto da renderlo irriconoscibile e fargli parlare un linguaggio da teologo, si può perfino cercare di aggiornarlo, accusarlo addirittura di bestemmia, quando il concetto che abbiamo di noi, dei nostri credo è tale da renderci refrattari alla Verità.
Gesù continua ad operare il bene: a sanare anche quando le leggi lo vietano, a dire la verità anche quando è scomoda, a parlare e a tacere quando è la “sua ora”, a non prestarsi a giochi di potere e di arrivismo, ad essere se stesso, unicamente, sempre.
Ci si può scandalizzare della sua libertà, ci si può stracciare le vesti per non riuscire a convincerlo di peccato, ma si è costretti a ricorrere all’imbroglio, alla falsa testimonianza per potere avere l’impressione di averlo nelle mani. Ed è mentire a se stessi. Ed è sentire il prezzo del suo sangue scottare fra le mani…
“Se ho parlato male mostrami dov’è il male, ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? Perché mi perseguiti?”…
“Io sono la verità, e sarai libero solo se sarai vero”. Che serve riempirsi la testa di concetti, di parole, giostrare la mente in logaritmi astrusi, se non ho la semplicità del bambino che crede alla verità perché la vede con i propri occhi innocenti, aperti alla vita e disposto a “camminare”?
È necessario che distruggiamo il tempio che abbiamo innalzato a noi stessi, il pantheon dei nostri idoli, che accettiamo di essere “errore”, analfabeti della vita per accogliere lui, la Verità che viene come “agnello” senza bisogno di agguati nella notte per legarlo.
Non vuole un processo, però, vuole un cuore disposto ad accoglierlo.

O Gesù, perdona la mia speranza di “carne”, la mia esperienza della “vita”. Io mi sono sempre presentato a te, come “scriba” che sa tutto su Dio; come “anziano” che conosce l’uomo e mi accorgo che “ho bestemmiato”!
E tu tacevi, ora come allora, attendendo paziente la “mia ora”.
Sono reo di morte, il tuo silenzio è la mia condanna. Ora sono qui ai tuoi piedi, come il discepolo davanti al maestro, come lo schiavo davanti al suo padrone e tu mi abbracci come l’amico che vuol dire tutto, che vuole dare tutto.
L’anima mia ha sete di te, come terra arida senz’acqua. Fecondami con la tua parola, tu Messia, Figlio di Dio. Io credo in te, credo che puoi distruggere e ricostruire in un attimo ed è per questo che ti dono le macerie della mia vita, frutto della mia presunzione, perché con la tua potenza “siano esaltate le ossa che hai umiliato”.
Ora non mi interessa nulla; ciò che ti si fa dire: una testimonianza può essere venduta e falsa; so che chiunque, che non viene da te, può strapparsi scandalizzato la veste.
Io credo in te e sulla tua parola, diventata mia parola; accetterò ogni sopruso, ogni calunnia, ogni diffamazione, con il tuo silenzio, con la tua sofferenza, per la tua Chiesa, per tutti quelli che strumentalizzano la tua parola, per tutti coloro che come Pietro “stanno a vedere”, come chi non ti conosce.
Gesù, anche se per non vedere i tuoi occhi dovessi bendarli ancora, anche se dovessi sputarti addosso e schiaffeggiarti, “fa’ il profeta”, denuncia la mia miseria, dichiarami sempre il tuo amore.

Padre Fiorenzo Viviani

Fiorenzo Viviani, Camminando con Gesù, Padova 1982, p. 20-22
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